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L'ATTIMO RICORDATO UNA VITA

Era un freddo giorno di febbraio, rientrati dalle vacanze di Carnevale a scuola occorreva disegnare il costume che si era indossato. Tutti i miei compagni, con indifferenza si accinsero a iniziare come se niente fosse. La mia mano tremava, seppur ironia della sorte la mia era stata quella di Pierrot, mi sentivo la bambina di otto anni più fortunata del mondo. Per la prima volta, nella differenza che, a quella tenere età, già intuivo far parte di me, anche io quel giorno mi sentii finalmente uguale agli altri… per la prima volta potevo disegnare quel qualcosa che mi aveva trasformato, seppure per una banale festa, seppure maschera infelice, in qualcosa, per me, ben più meraviglioso di quello che avevo sempre vissuto. Mentre resto a sognare ad occhi aperti, una forza improvvisa, violenta, in divisa, mi cinge in vita, mi solleva e mi porta via, con le urla alle mie spalle e il mio dimenare, gettandomi dentro una macchina bianca, dove mi aspettava la mia assistente sociale con un pacchetto di cioccolatini, che parte all’impazzata lasciandomi in uno sfocio di lacrime che durò mesi e ancora mi porto dietro. Un viaggio interminabile dove il mio senso di colpa per non aver potuto sapere tutto prima per poter portare con me qualcosa che mi parlasse della vita sino a quel giorno mi scavava la voragine… io partivo, non sapendo la meta, ed i miei cani, unici amici di una vita sbagliata, sarebbero rimasti in quella casa senza cibo ed a prendersi le botte, destinate a me, anche per questo strappo forzato… Son passati 11 anni da questo evento e ne ricordo ancora i minimi dettagli, le emozioni scorrono attraverso queste frenetiche dita, il cuore ne accellera i battiti cardiaci per evidenziare la frenesia di quei minuti. Tutto ciò per condannare lo stress post-traumatico che questa società che vuole difendere i minori, spesso e intenzionalmente (mi auguro!), ne aumenta le violenza, quelle psicologiche che ti porti dietro per tutta una vita e forgiano la psiche. Cittadella (Padova): un bimbo di 10 anni oggi, purtroppo, ha dovuto vivere tutto questo… non condanno la scelta, non ne conosco i motivi, ma voglio urlare il mio “NO” con tutto il fiato che il mio passato mi ha portato ad avere. NO alla forza, NO alla tolleranza verso questi metodi bruti e barbari. E vorrei poter sperare in un “no” a ciò solo per il semplice fatto che il padre fosse un avvocato. A 10 anni un bimbo capisce ed ha diritto alla spiegazione degli eventi prima che questi accadano; a 10 anni un bambino non deve subire questi maltrattamenti, di questo si è trattato oggi, non nascondiamoci dietro alle norme, alle legislazioni (che tiriamo fuori sempre e solo quando fa comodo). Questo c’è scritto in un articolo: “A ordinare il “ritiro” del figlio è stato il padre, a cui il tribunale aveva concesso l’intera patria potestà. All’ennesimo tentativo fallito di avere con se’ il figlio nonostante l’affidamento del giudice, il genitore ha deciso di interpellare le forze dell’ordine che hanno provveduto al prelevamento coatto del piccolo, durante le ore di scuola.” Ora non voglio aggiungere più nulla. Qui si parla di SINDROME DA PASS. Ora vorrei porre una domanda al padre del minore in questione: “Egregio Avvocato, crede che con questo metodo favorirà l’amore di suo figlio nei suoi confronti?” Firmato Margherita (strappata con forza, seppur giustamente, alla famiglia naturale; figlia di due genitori adottivi separati, per giusta causa; madre… donna… ma più di tutto ESSERE UMANO DEGNO DI RISPETTO, così come quello che, ancora oggi,la società ha negato ad un piccolo, indifeso e semplice bambino)

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