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Taranto: quale verità

caro Direttore, sono molto stupito che il Vs giornale, così attento di solito a scavare nelle storie della giustizia abbia dedicato cosi poco tempo e cosi poco impegno alla lettura critica del caso taranto. Le riporto le parole dell Ing Buffo dell Ilva che come minimo impongono una riflessione: visto che nessuno di noi è un tecnico e che quindi nessun giornalista è in grado di dire quale scienziato ha ragione, cosa sta succedendo davvero a Taranto? “Non abbiamo dubbi. Le perizie depositate nei mesi scorsi presso il Tribunale di Taranto non hanno un corretto fondamento scientifico. Siamo fiduciosi che la verità si affermerà durante il dibattito processuale”. Così parla Adolfo Buffo, rappresentante della Direzione Ilva per Qualità, ambiente e sicurezza, per commentare i risultati delle perizie chimiche e mediche che accusano lo stabilimento siderurgico di disastro ambientale. Le perizie raccontano di una realtà problematica a Taranto per livelli di inquinamento e per l’impatto sulla salute. È così? Si è voluto costruire una realtà che non corrisponde alla verità. L’Ilva, come dicono gli stessi periti, rispetta tutti i limiti di legge e nessuna misura relativa alle emissioni in atmosfera è risultata fuori norma. Questa verità è una certezza per il presente e una garanzia per il futuro. Si è però voluto creare un clima di allarmismo. Non so per quali fini. Ma così facendo si rischia di non affrontare i temi con il giusto spirito critico e soprattutto di mettere in pericolo la sopravvivenza stessa dello stabilimento. Nello specifico a cosa si riferisce parlando di allarmismo? I periti affermano che l’Ilva osserva tutti i limiti di legge vigenti nella propria attività industriale. Ma poi prendono la libertà di utilizzare per le loro conclusioni normative e parametri di riferimento non ancora vigenti e ancora in fase di discussione a livello normativo. Qui è l’errore più grosso: i periti considerano vigente una direttiva europea che non è stata ancora emanata, che poi dovrà essere recepita dagli Stati membri; sono previsti quattro anni per l’adeguamento delle aziende alla nuova tecnologia: quindi una direttiva che non entrerà in vigore prima del 2016. È paradossale: essere accusati di commettere un reato perché non si rispetta una legge che non esiste. I periti sono professionisti autorevoli, perché avrebbero fatto questo? Non lo so. E nessuno di noi vuole pensare male. Ma l’aver preteso di applicare all’Ilva normative non ancora vigenti è un errore macroscopico, ma non è l’unico aspetto strano della perizia chimica: vengono sottostimate altre fonti emissive provenienti dall’area industriale. Ad esempio gli inceneritori, per i quali i periti citano un valore emissivo sette volte superiore ai limiti di legge. E poi dallo stabilimento Euroecology (azienda che eseguiva attività di stoccaggio e movimentazione di rifiuti pericolosi) che gli stessi periti definiscono ‘fonte di contaminazione ambientale per ammasso incontrollato di rifiuti’ e dallo stabilimento Matra (azienda metalmeccanica con attività nella manutenzione dei trasformatori elettrici), per il quale è stato omesso di valutare una contaminazione di diossina superiore a 15.700 ng per kg di terreno quando il limite di legge per un’area industriale è pari a 100 ng/kg. Nella perizia si scrive nero su bianco che l’Ilva e le sue emissioni provocano danni alla salute. È davvero così? Bisogna essere molto cauti nel commentare i dati che riguardano la salute delle persone. Però, va detto che la concentrazione media annua di PM10 nelle diverse centraline di Taranto, per gli anni 2004/2010 variava tra 22.9 e 34.9 ?g/m3. Recenti studi, anche degli stessi periti medici, parlano di concentrazioni ben superiori a Brescia (53 ?g/m3), a Milano (52,5 ?g/m3) e a Roma (51,0 ?g/m3). Non mi risulta che in quelle città si stia parlando di emergenza ambientale e sanitaria. Eppure i periti parlano addirittura di decessi dovuti all’inquinamento. Per gli effetti a breve termine le conclusioni della perizia sono basate sulla soglia di 20 ?g/m3, definita come valore obiettivo dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Come ho detto prima, è una soglia non raggiungibile nella grande parte delle città di tutto il mondo. Il limite di legge è di 40 ?g/m3 e tale limite è stato ritenuto dalle autorità sanitarie europee il riferimento normativo per la tutela dei cittadini. Quali sarebbero i risultati della perizia se si fosse usato il limite di legge invece che il valore obiettivo citato dall’Oms? Usando i dati di legge l’eccesso stimato di patologie e decessi a Taranto per gli effetti a breve termine sarebbe stato nullo. Ripeto, nullo. Peraltro su un valore di PM10 tra 22.9 ?g/m3 e 34.9 ?g/m3 registrato a Taranto tra il 2004 e il 2010, solo 8,8 ?g/m3 sono attribuiti, dai periti, a tutte le sorgenti industriali. Il restante è dovuto al traffico veicolare. Se esiste una situazione di emergenza sanitaria, perché il sindaco non ferma le automobili? C’è poi un’altra considerazione. Uno dei periti, in un recente studio sull’inquinamento atmosferico in Lombardia ha ricordato che questo valore di 20 ?g/ m3 non è raggiungibile in pochi anni e come valore discriminante ha realisticamente utilizzato il limite di legge di 40 ?g/m3. Perché non lo ha fatto anche in questa perizia? Cosa ci può dire sugli effetti di lungo termine sulla popolazione e sui lavoratori? Per quanto riguarda gli effetti di lungo termine sulla popolazione non c’è coerenza tra maschi e femmine e questo evidenzia il fatto che gli effetti di natura medica non dipendono soltanto dall’inquinamento industriale, ma da differenze socio-economiche, da abitudini di vita e da fattori di rischio individuali (fumo, alcool, obesità, attività lavorativa) che non sono stati presi assolutamente in considerazione. Lo studio sulla popolazione dei lavoratori ha invece riguardato i soggetti che hanno lavorato in siderurgia dal 1974 a 1997, quindi una fotografia del passato che nulla ha a che vedere con il procedimento in corso. Anche in questo caso, però, non è emerso un eccesso di mortalità per tumori tipici dell’attività siderurgica per i soggetti che hanno lavorato nello Stabilimento e che sono stati, evidentemente, i più esposti. Dobbiamo distinguere tra quanto avvenuto in passato e quanto avviene oggi; a noi interessa soprattutto il presente, importa che i livelli emissivi di oggi non siano dannosi per la salute delle persone. E i livelli emissivi di oggi sono tra i più bassi d’Europa. Ingegnere, lei sostiene che a Taranto non c’è nulla di anomalo, eppure di dati preoccupanti ce ne sono, e ora pure accuse specifiche. Se intende che a Taranto si viva una situazione anomala rispetto ad altre città industriali la risposta è no. Non vi è nulla di anomalo. Se vi sia stata una situazione anomala nel passato non lo so dire. Se si svolgessero perizie analoghe a queste in gran parte delle città d’Italia sarebbe l’intero paese a vivere una situazione di emergenza sanitaria. Quello che è certo è che qui a Taranto a rischio c’è il futuro di migliaia di lavoratori e di un’intera città. L’obiettivo comune deve essere invece quello di salvaguardare la salute di tutti e il lavoro delle 15.000 persone che lavorano per e con l’Ilva. Del resto coniugare lavoro e salute è obiettivo di un’interna comunità ed è naturalmente anche la nostra priorità. Per rendere sostenibile lo stabilimento abbiamo già speso più di un miliardo di euro e i risultati si vedono e siamo pronti ad andare avanti senza incertezze per raggiungere nuovi traguardi in campo ambientale

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