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Lettera di un cittadino qualunque

Lettera di un cittadino qualunque Non vi è alcun ombra di dubbio che Monti e il suo governo abbiano dato lustro alla nostra Nazione, restituendo della stessa un’immagine più sobria agli occhi del mondo. Questo benevolo e rinnovato lifting non ha avuto modo però di placare le “ire” delle agenzie di rating e degli investitori esteri, i quali continuano inesorabilmente con i loro giudizi a bocciare l’Italia, relegandola agli inferi dell’economia europea. Tuttavia, alcuni provvedimenti strutturali, proiettati per reperire liquidità che rimpingui le fameliche casse erariali, risultano in linea di massima essere deprimenti e lacunosi: deprimenti per le famiglie italiane con un reddito medio basso; deprimenti per le imprese più virtuose ed intraprendenti; lacunosi poiché mancano di iniziative coraggiose che un governo tecnico dovrebbe mettere in atto, senza timore alcuno, chiedendo a chi, nonostante la crisi, continua inesorabilmente a usufruire di privilegi. Naturalmente, tra stipendi e pensioni ben pagate, la galassia dei benestanti sembra essere piuttosto nutrita ed è sparpagliata in tutta Italia, non solo a Roma il cui nome viene ripetutamente accostato alla casta politica relegando le passate virtù dell’Urbe in remoti lidi. I cattivi insegnamenti e gli errori sostanziali di una politica egoistica provengono da un passato non troppo lontano che affonda le radici malsane negli anni della crisi petrolifera. E’ in quel periodo che il governo Rumor ebbe la felice intuizione di “promuovere” il lavoro istituendo di fatto le pensioni baby, creando così i presupposti per ulteriori indebitamenti che dovranno essere pagati, passatemi il termine, dai futuri “fessi”. Così ci siamo ritrovati pensionati quarantenni, cinquantenni che essendo perfettamente abili a lavoro, ma sostanzialmente collocati a “riposo”, hanno (alcuni) pensato bene di sottrarre lavoro e risorse ad altri, mentre una parte di loro, grazie a questa innegabile agevolazione, hanno scelto fortunatamente di mettere a disposizione il loro tempo al servizio della collettività. Questo è solo un lato della cattiva gestione delle risorse, e se vogliamo quello che ha inciso in maniera più marginale sui conti statali, il resto del danno è stato fatto da investimenti poco lungimiranti e da una politica preoccupata più al consenso del momento che a costruire solide basi per le generazioni future, le quali, invece, sono gravate da un debito pregresso che dovranno sanare a colpi di precarietà, retribuzioni da fame e mancanza di prospettive. Vogliono i nostri amministratori, politici e non, finalmente realizzare che non è più possibile erogare lauti stipendi e congrue pensioni ai privilegiati? Che non è più possibile permettere un’evasione elevata così diffusa e smettere di chiedere ai soliti noti tributi e gabelle che hanno ormai raggiunto livelli da asfissia totale? Noi italiani non siamo disposti a fare sacrifici per mantenere questo stato di cose, bensì i nostri sacrifici devono, e non dovrebbero, essere rivolti per salvare l’Italia dal baratro, per dare un futuro ai nostri figli, per proteggere le nostre famiglie e per tutelare le fasce più deboli della società. L’aumento dell’iva, le aliquote elevate che alcuni comuni hanno adottato per l’IMU, la mastodontica burocrazia, il ladrocinio diffuso, gli interessi bancari debitori a due cifre, la mancanza di coraggio di chiedere un appropriato contributo a chi veramente può non vanno certo in questa direzione! Non è bello terminare il discorso rispolverando la famosa frase storica “Vae victis”: per adesso, purtroppo sembra essere così. di Fulgenzio Ciccozzi L’Aquila

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