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Quando ci sveglieremo finalmente?

Egregio direttore, vorrei sottoporre alla Sua redazione alcune mie riflessioni sui rovinosi effetti che l'esercizio incontrollato della giurisdizione sta inesorabilmente determinando nel nostro Paese. I fatti di questi giorni le rendono ancora più attuali, anche se queste note le avevo buttate giù in occasione dell'attentato di Brindisi, ma che non per questo hanno perso di attualità, visto come stanno andando le cose. Vi noterete qualche riferimento personale, ma solo al fine di rafforzare con una esperienza diretta la percezione delle distorsioni del "sistema", con il quale, prima o poi, tutti noi siamo destinati a misurarci e nei cui confronti siamo chiamati ad innescare, al di fuori di ogni retorica e di ogni fanatismo, la nostra capacità di reazione, nella speranza che finalmente una fievole luce di coscienza rompa il sonno e la notte, rivendicando il proprio di fronte a chi, in una evidente e conclamata asimmetria istituzionale, non si lascia ridurre a norma. Per il resto, non considero impropri i toni usati nei confronti di certa stampa, verso cui Lei, caro direttore - che ben conosce il "telos" del dire e, ancor più, il significato del non dire, del compiacente silenzio - ha usato ben altre incisive espressioni; e considero, invece, doverose, in quanto espressione dei doveri inderogabili di solidarietà, di cui all'art. 54 della Costituzione, le riflessioni sugli effetti devastanti che vengono a determinarsi nel corpo sociale quando certa magistratura pretende di considerare come cosa propria non la doverosa affermazione dei princìpi di diritto, ma il diritto stesso, riproponendo, goffamente, il becero ed insolente autoritarismo di quel "L' état c'est moi", che ciclicamente promana, mutatis mutandis, dalle diverse vesti che il potere sceglie di indossare nel vano tentativo di non farsi riconoscere". Ebbene, tutta quell'attenzione delle istituzioni ai terribili fatti di cronaca di quei giorni non convince affatto o, meglio, non appare congruente con quanto siamo costretti a registrare nella vita di ogni giorno. Giustamente, il nostro Presidente Napolitano si era subito affrettato a ricordarci, preoccupato, che occorre “una vigilanza concorde contro ogni eversione e violenza”, ma è appena il caso di ricordare che non esiste eversione e violenza peggiore di quella che si sprigiona dall'arroganza del potere, che ignora il primato della legge e si infiltra, come tabe incontrollata e devastante, nel tessuto sano delle nostre istituzioni per corromperle e farle deviare dallo scopo, a cominciare da quanti in seno alla magistratura intendono sottrarsi alla responsabilità di una posizione veramente neutra nel giudizio, pur sapendo perfettamente di essere chiamati a garantire, attraverso l'alto e delicato ufficio del giudicare, uno svolgimento ordinato delle molteplici istanze che, prendendo forma nel corpo sociale, vengono sottoposte al vaglio della giurisdizione onde ricavarne i principi da osservare nella normale vita di relazione. E'del tutto evidente come alcuni magistrati siano del tutto inadeguati a contrastare le distorsioni del processo (basti vedere che cosa è successo e ancora succede nelle sezioni fallimentari e nelle esecuzioni immobiliari di alcuni tribunali), che troppo spesso sembra piegarsi ad interessi non coincidenti con l'esigenza di accertare la verità dei fatti, così come essa emerge dagli elementi oggettivi offerti dalla prova raggiunta nel rispetto delle previsioni di legge. Tali interessi, non di rado sono quelli costruiti dal sistema finanziario controllato dalle banche, le quali, come insegna anche la storia più recente, non si fanno certo scrupolo di fagocitare le risorse vitali non solo dei singoli individui e delle imprese, ma persino di intere nazioni, quando ciò risulti necessario per il mantenimento dei meccanismi di controllo dell'economia e della società, imponendo il denaro quale unico fattore generatore di valori, fra i quali emerge la spietata accumulazione di una ricchezza eticamente disordinata. Anche in danno di chi, come ad esempio il sottoscritto - padre di una bambina, gemellina superstite, di appena tredici anni - dopo aver subìto la perdita integrale dei propri risparmi a seguito della condotta gravemente inadempiente di una banca (che ora si diletta cinicamente a resistergli in giudizio con difese da codice penale), si vede ora mettere all'asta la propria casa, a seguito di un delinquenziale atto di esproprio da parte di un'altra banca. Il che sarebbe del tutto normale se rientrasse nel legittimo esercizio dei suoi diritti di creditore. Ed, invece, normale assolutamente non è, poiché v'è qualcosa che rende oltremodo inquietante questa vicenda ed è il fatto che la procedura espropriativa è stata azionata nonostante io la casa l'abbia già completamente pagata, ed abbia documentalmente provato di averla pagata, da ben diciassette anni, a chi la legge mi imponeva di pagarla, in quanto mio legale rappresentante, vale a dire alla cooperativa, secondo quanto prevede la disciplina codicistica e le norme della legislazione speciale sulla edilizia economica e popolare: casa, che mi è stata regolarmente assegnata - peraltro ad un prezzo maggiore di quello pattuito (come è stato riconosciuto a conclusione di normale giudizio) - con un rogito ritualmente notificato dalla banca e da essa mai minimamente contestato. E nonostante, per di più, io abbia anche pagato, per ben quindici lunghi anni, un secondo mutuo, sempre sulla stessa casa, che non doveva invece essere pagato in quanto già interamente soddisfatto e su cui, a fronte di tassi di interesse predeterminati dalla legge (trattandosi di mutui agevolati), sono stati addirittura applicati interessi ultralegali anatocistici, facendo desolatamente emergere l'ignobile impianto di una incredibile, vergognosa truffa in danno del sottoscritto e di sua sorella (anche lei ha subìto la stessa sorte), i quali, pertanto, non solo si sono visti pignorare del tutto illegittimamente gli immobili, non solo hanno pagato una somma maggiore di quella convenuta, ma hanno dovuto pure continuare a pagare tranquillamente per quindici anni capitale e interessi non solo non dovuti, ma addirittura sfacciatamente ultralegali e anatocistici. Francamente, non si riesce più a capire di che cosa si possa ancora parlare in questo strano Paese e con questa strana giustizia, se non è possibile raggiungere la certezza dei rapporti giuridici nemmeno attraverso la formale e condivisa stipulazione di un atto pubblico, persino nei tribunali! E sì, persino nei tribunali, perché ciò avviene nella più totale indifferenza di giudici che ritengono tutto questo lordume assolutamente normale e addirittura, pensate un po', ampiamente coperta da prescrizione la condotta penalmente rilevante, proprio mentre essa, in virtù della permanenza del reato, manifesta tutta l'attualità del torto penale nella perdurante procedura espropriativa. Come pure occorre registrare la più totale latitanza di una stampa che, per quanto invocata, si è sempre defilata, fischiettando allegramente il solito refrain sulla propria libertà violata: ed infatti ancora non la smette di autodefinirsi, pomposamente, indipendente da qualsiasi proprietà che voglia imporre un'avvilente censura sulla “notizia” scomoda. Che, però, non viene mai pubblicata! E, così, il cerchio, come da copione, si chiude. L'abuso di potere, reso possibile dall'assenza di un controllo immediato di legittimità sui provvedimenti del giudice (perché i reclami devono essere decisi nella stessa sezione?) non susciterà alcuna reazione nella società civile, poiché la stampa libera ed indipendente così ha deciso, in barba al finanziamento pubblico ai giornali, che impone, quando in redazione arriva la notizia, il rigoroso rispetto del dovere di informare l'opinione pubblica, che è poi la sola ragione per la quale i soldi della collettività vengono elargiti. Se vogliamo essere seri. Vedete, dunque, un po' Voi se sia poi serio che alcuni giornalisti continuino, indignati, a lanciare invettive contro questo o quel magistrato, accusato di essere politicamente schierato o colluso con i poteri forti, quando loro, cinicamente, pretendono di “filtrare” la notizia, che è come dire che uno i torti o i misfatti se li deve pure saper scegliere, invece di farseli piovere disgraziatamente e inaspettatamente addosso, perché l'ingiustizia per poterla raccontare dev'essere sempre e soltanto politicamente rilevante, altrimenti cessa di essere tale. Che malinconia! Pretendono, quei giornalisti, il rispetto delle regole legali di comportamento e non si fanno scrupolo di violare, proprio loro, la regola di tutte le regole, quella che sta alla base di una corretta informazione, che impone di riferire su quanto viene riferito, vale a dire sulla notizia resa od appresa, ben sapendo invece che la notizia, in quanto notizia, deve sempre essere data, proprio come la legge, in quanto legge, deve sempre essere applicata, piaccia o non piaccia. Se in una democrazia non funziona ormai più niente ed essa è sempre più condizionata dalla prepotenza di poteri che addirittura impongono, al di fuori di una normale dialettica parlamentare, i governi e i modelli di sviluppo della società, calpestando diritti ormai acquisiti ai fini dell'ordinato svolgimento della vita democratica, se alcuni magistrati, che dovrebbero esercitare il controllo di legalità al fine di contenere le miserie e le disgrazie dell'agire deviato, abusano delle funzioni loro attribuite, determinando nei fatti l'ingovernabilità delle istituzioni, se la società civile non viene più raggiunta da una corretta informazione, che cosa pensate possa venirne fuori! Come si può pensare che nelle coscienze possano radicarsi quelle certezze che solo un'etica fondata su saldi valori morali e civili può generare, quando chi deve garantire l'ordine democratico attraverso un corretto esercizio della giurisdizione, effettua, per contro, un controllo di legalità molle e snervato, valendosi strumentalmente di fumosi ed inconcludenti giuridismi concettuali ed etici, che di fatto finiscono per assecondare le istanze di soggetti appartenenti ad una ristretta comunità finanziaria, alimentando una pericolosa sfiducia dei cittadini nelle istituzioni, sempre più distanti dal Paese reale, nel silenzio generale degli organi di informazione, che di conserva si prestano ad avallare la “politica” giudiziaria del sistema? Non è forse “politica” anche l'arte di informare? Certo, anche, anzi soprattutto, chi è chiamato a governare attraverso atti concreti di indirizzo politico ha le sue indubbie responsabilità, soprattutto quando, pur potendo e dovendo, non pone mano - per l'evidente bisogno operativo che “il sistema” nel suo complesso (politica, finanza, stampa) ha di chi amministra la giustizia - alle necessarie riforme, fra le quali quella su una effettiva responsabilità civile del magistrato, eliminando assurdi procedurali e privilegi che non hanno nulla a che vedere con l'autonomia e l'indipendenza della magistratura. Peraltro, in tema di responsabilità del magistrato, la stessa Corte di Giustizia dell'UE ha ritenuto di intervenire sui contenuti della legge vigente in tema di responsabilità del magistrato, con relativa condanna dell'Italia, censurando la difformità dell’art. 2, commi 1 e 2, della legge 13 aprile 1988, n. 117 rispetto agli indirizzi del diritto comunitario. Né, sul punto, varrebbe argomentare che non si può comprimere oltremodo l'interpretazione di norme di diritto, posto che l'enunciazione del canone ermeneutico per cui, fra più possibili interpretazioni di una disposizione interna, dev'essere preferita quella che ne assicura la conformità al diritto comunitario, si rinviene in numerose pronunce della stessa Corte di Giustizia (cfr. ad esempio, Corte giust. CEE, 14/7/1995, in Giur. Merito, 1995, p. 438 ss., con nota di Pugliese; 13/11/1990, in Società, 1991, p. 179 ss.; 10/4/1984, in Racc., 1984, p. 1891 ss.; e, con particolare riguardo al rapporto fra disposizioni nazionali e regole contenute in direttive comunitarie, 8/10/1987, in Giust. civ., 1989, I, p. 3 ss.) e della Consulta (v. la fondamentale sentenza della Corte cost., 8/6/1984, n. 170, in Giur. cost., 1984, p. 1222 ss.; per l'applicazione del canone a casi concreti, esemplare è la decisione del TAR Toscana, 12/12/1988, n. 2013, in Foro it., 1989, III, P. 98 ss.). In definitiva, le norme comunitarie vanno comunque applicate, anche in presenza di difformi norme interne. Infatti, come ricordato nella giurisprudenza della Corte di giustizia, i giudici nazionali e gli organi dell’amministrazione hanno l’obbligo di applicare integralmente il diritto dell’Unione e di tutelare i diritti che quest’ultimo attribuisce ai singoli, disapplicando, se necessario, qualsiasi contraria disposizione del diritto interno (sentenze 22/3/1989 C-103/88, 11/1/2007 C-208/05, 5/3/96 C-46/93), nella specie, l’art. 2, commi 1 e 2, della legge 13 aprile 1988, n. 117. Sarebbe, inoltre, auspicabile che il magistrato, quando sbaglia, sia giudicato da chi magistrato non è, se si vuole che paghi veramente. Diversamente, teniamoceli così come sono questi magistrati e piantiamola di parlare di libertà. Sarebbe solo ridicolo. Per altro verso, va comunque tenuto presente che la ferocia si manifesta non solo quando si commettono crimini orrendi come quello di Brindisi, ma anche ogni volta che magistrati senza scrupoli neghino di fatto la giustizia, non solo nei confronti di soggetti rilevanti della vita politica, ma anche attraverso irresponsabili insabbiamenti di denunce circostanziate e documentate o magari autorizzando delinquenziali atti di esproprio con un abusivo esercizio dei loro poteri, che li ha condotti a venir meno ai loro doveri d'ufficio circa la prevista, ma disattesa, preminenza della prova legale nella valutazione dei fatti di causa, del tutto indifferenti alle gravi conseguenze che il loro comportamento determina sulla vita delle persone, fossero anche bambini o ragazzini come Melissa. Bambini, che sono pur essi privati di sacrosanti diritti, come quello di abitare e possedere un domani una casa faticosamente pagata, che genitori disperati, fedeli al patto stretto con la vita, vanno a rappresentare fiduciosamente nelle corti, dove non sono però riconosciuti e tutelati contro chi vuole esprimere soltanto l'essenza, cioè il vuoto, del potere, per essere invece arrogantemente ignorati e calpestati, senza che nessuno se ne interessi o voglia interessarsene. Come si potrebbe non raccontare e non condannare lo scoppio delle bombe nelle strade? Ma perché tacere sulla deflagrazione che quotidianamente distrugge i tribunali, e la democrazia! Non si muore solo con le bombe! Chiaro? La giustizia, come noto, non appartiene ai magistrati, a cui compete invece solo di servirla, applicando in maniera uniforme le leggi dello Stato, secondo quanto esige la Costituzione, su cui, non va dimenticato, essi hanno prestato solenne giuramento. Conseguentemente, appare francamente intollerabile che nella funzione giurisdizionale taluno possa individuare l'occasione per potersi fare legislatore, e si capisce legislatore di parte, fingendo magari di volere interpretare quella legge che invece, proprio essa, non gli consente di poterlo fare, come quando ad esempio si trovi in presenza di prove che siano da essa stessa predeterminate (c.d. prove legali). Una concezione patrimoniale della giustizia, ove non fosse contrastata, rappresenterebbe un momento davvero critico della giurisdizione, per il rischio evidente di veder saltare i delicati equilibri istituzionali, in una situazione di apparente legalità. Dovremmo allora porci il problema non dell'autonomia della magistratura, ma della perversa e subdola dittatura della giurisdizione, non potendosi di fatto esercitare altro controllo di legalità sugli atti giurisdizionali che non sia quello demandato agli stessi organi giurisdizionali, che non ammette repliche, come si conviene a chi esercita il potere nelle migliori autocrazie. E ciò, si badi bene, nel più rigoroso rispetto di quanto ha teorizzato Montesquieu, nel senso che la nostra Costituzione, facendo emergere il vero significato della divisione dei poteri da una precisa volontà di contenerne la prevaricazione, ha ritenuto sapientemente di dover ribadire la soggezione del magistrato alla legge: sempre, anche nel caso in cui il Legislatore decidesse di modificarla con la previsione di un controllo sull'operato dei giudici diverso da quello da altri auspicato, quando non arrogantemente preteso. Il processo di formazione delle leggi deve avvenire nel Parlamento, non nei Tibunali, dove, invece, esse devono trovare fedele applicazione. Ed, infatti, l'idea, chiaramente incostituzionale, che la legge si identifichi in chi per contro deve soltanto applicarla, operante in certa misura anche nel principio secondo cui a decidere sugli illeciti dei magistrati debbano essere altri magistrati, sta letteralmente sfasciando, in maniera dirompente, le fondamenta stesse dello Stato, poiché uno Stato senza legge o con una legge che si pretende “appartenga” soltanto ad alcuni soggetti giuridici, sino al punto di non riconoscerne la naturale fonte di emanazione in caso di dichiarato dissenso, non potrà mai essere in grado di contrastare efficacemente un'accozzaglia di banditi senza regole. Non è, infatti, infrequente il caso di giudici che, ignorando il fatto normativo, assecondino con le loro pronunce i progetti di quanti badano soltanto ai target aziendali, all'efficienza produttiva delle imprese, costi quel che costi in termini di efficienza del sistema, quando invece esso, magari ricorrendo ad un diritto “terzo”, che vuol dire anche altri giudici - come avviene nell'interpretazione del diritto comunitario ad opera della Corte di Giustizia europea - deve ragionevolmente tener conto di criteri prudenziali per poter perseguire uno sviluppo sostenibile, onde rendere finalmente possibile il raggiungimento di una effettiva giustizia sociale attraverso responsabili opzioni etiche e giuridiche che consentano di dominare, e non di subire, le pretese e gli assalti di una finanza insensatamente ardita e incontrollata, del tutto estranea ai programmi di uno sviluppo equo e solidale dell'economia e della società. Perché si affermi lo Stato di diritto, è dunque necessario, prima di tutto, che la legge venga rispettata da coloro che sono tenuti ad applicarla e che si apprestino rimedi, anche procedurali, atti a scongiurare il pericolo che alcuni magistrati (come dimostrano fatti di cronaca anche recente), violando il principio di imparzialità, attuino un comportamento gravemente lesivo della dignità e della serietà di tutto l'ordine giudiziario, espressivo di una evidente quanto sfacciata volontà di amministrare la giustizia al di sopra della stessa legge sovrana dello Stato. Nondimeno, è necessario che nelle coscienze permanga incrollabile la certezza che la giustizia rappresenta il valore supremo per ognuno di noi e che dall'interno dello stesso ordine giudiziario sapranno sorgere iniziative gratificanti, volte a ristabilire gli equilibri processuali ove essi risultino o rischino di essere compromessi da inammissibili inframmettenze e, soprattutto, alla indispensabile riaffermazione del principio, fondamentale in ogni autentica democrazia, che nessun potere, per quanto autonomo, è mai assoluto, giacché la barbarie dei tiranni e dei suoi accoliti è stata sepolta dalla storia e vanno dunque rigettati come improponibili tutti gli squallidi inganni legalitari, perversa espressione del più feroce assolutismo: quello che usa delle istituzioni democratiche per ridicolizzarle, arrivando in tal modo alla loro negazione. Chi, di fatto, è più pericoloso per la democrazia di un magistrato che offende il proprio ruolo, violando quella legge che gli ordina invece di essere rispettata, prima che da altri, da lui stesso, interpretando la sua autonomia come puro arbitrio eslège? Così facendo, egli rovina, avvilisce, mortifica la propria categoria, perno, si dice, delle istituzioni democratiche, ma anche espressione dell'autentica civiltà di un popolo e delle sue famiglie, educate e scosse in questi anni dal sangue versato da chi ha invece creduto fino in fondo al proprio dovere e al proprio ruolo. I magistrati sanno bene che l'esercizio della loro azione in tema di giurisdizione è tutt'uno con la pratica morale e per la difesa di questo alto e delicato ufficio (il magistrato deve non solo essere, ma anche apparire, imparziale), il Consiglio Superiore della Magistratura è chiamato a svolgere, al di fuori di ogni retorica e di ogni fanatismo, non un'azione di copertura, come pure alcuni sostengono, all'operato dei giudici, ma una funzione di autentico garante non solo della nostra democrazia, ma soprattutto della nostra civiltà giuridica, in cui il magistrato deve essere un costante punto di riferimento. La scongiuriamo, pertanto, signor Presidente della Repubblica, di fare in modo, nella Sua veste di Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura e di custode della corretta osservanza della Costituzione, che il Suo alto richiamo alla vigilanza contro ogni eversione e violenza, venga responsabilmente accolto senza altro indugio anche dall'organo di autogoverno della magistratura che Ella presiede, restituendo così la fiducia a quanti hanno sempre creduto che l'Italia voluta dai nostri Padri costituenti non rappresenta una chimera, ma una splendida occasione da consegnare ai nostri figli per costruire un futuro di pace e di prosperità. Distinti saluti. Vincenzo

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