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MERITOCRAZIA: NON BASTA EVOCARNE IL NOME PERCHE' SI MATERIALIZZI

MERITOCRAZIA: NON BASTA EVOCARNE IL NOME PERCHE’ SI MATERIALIZZI Tutti invochiamo la meritocrazia, ma il sistema che ci siamo costruiti di solito premia furbizia e disonestà, piuttosto che impegno e capacità. La meritocrazia non si realizza semplicemente evocandone il nome: ci vuole impegno, intelligenza e buon senso. L'ex ministro Brunetta, in nome della meritocrazia, ha disposto una diversa ripartizione degli incentivi economici dati ai lavoratori, in modo che il 50% degli incentivi vada al 25% dei lavoratori più meritevoli. La sua ricetta mi lascia un po' perplesso. Se si definiscono dei criteri di merito oggettivi, non vedo come sia possibile stabilire a priori, cioè prima ancora di applicarli, quanti risponderanno a tali criteri e quanti no. Per quanto la sua intenzione possa essere lodevole in astratto, temo fortemente che il risultato non sia quello sperato. Una quota prefissata, qualunque essa sia, rappresenta un vincolo poco conciliabile con qualsivoglia tipo di criterio oggettivo applicato in maniera sensata. A parità di criteri utilizzati per valutare il merito e a sostanziale parità di risultati, alcuni si ritrovano premiati, rientrando nella quota del 25% e altri no, perché la quota è fissa e non può essere superata. Si crea così una situazione di disparità tra risultati e premi. Vale anche l'inverso, e cioè che, stabiliti i criteri per l'attribuzione del merito, le persone che risulterebbero meritevoli siano meno di un quarto del totale. Se, per esempio, ho un gruppo di 100 asini, ne devo premiare comunque 25? Con i più cordiali saluti.

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