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Una tragica statistica

Nella quotidiana ridda di deliri, dal "deliquente naturale" con cui i magistrati cercano di liquidare Berlusconi alla confusione creata dalle dichiarazioni dello stesso sul proprio ruolo politico, dal messaggio farneticante di Al Zawahiri all'autosantificazione di Monti che pretende di aver messo pace nella politica, dalla bufera sulle malversazioni della segretaria di Bersani alle donazioni del nostro Governo alle Fondazioni dei Caraibi, e via di questo passo, senza alcuna pretesa di un ordine di priorità e tanto meno di completezza, sono rimasto turbato dalla notizia dell'ennesimo soldato italiano ucciso in Afghanistan, il caporalmaggiore Tiziano Chierotti, 24 anni, Alpino. Per la fredda cronaca, la cinquantaduesima vittima della nostra missione militare. Una notizia che passa in secondo piano rispetto a tutto il resto che agita il panorama delle informazioni, che quasi non suscita più sdegno, che non ferisce più la sensibilità delle coscienze, che sbiadisce nel cordoglio ormai tragicamente di routine delle Autorità. Quando è successo la prima volta ha provocato in tutti un vero sussulto, un'emozione sincera, un dolore forte, autentico. Quando arriva la notizia della cinquantaduesima vittima (ma anche molto prima) ci si è un po' fatta l'abitudine, c'è una guerra (perché di guerra si tratta), può capitare che ci siano delle vittime, rientra nell'ordine normale delle cose. 24 anni. Ucciso in Aghanistan in una località remota il cui nome non dice niente a nessuno, per chi e per che cosa? Per una pretesa missione di pace, per "importare" la democrazia dove la democrazia è vista come un intruso, per "insegnare" la democrazia a chi non la vuole, non la capisce, la combatte. Chi consolerà quelli che oggi lo piangono? Che cosa resterà di questo caporalmaggiore? Un numero. Una statistica.

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