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Centrodestra e motti dannunziani

Mentre il presidente del Vittoriale Guerri si fa in quattro per smarcare d’Annunzio dal fascismo, anche illustri esponenti del centrodestra danno il loro contributo alle prossime celebrazioni dannunziane. Nicole Minetti, ad esempio, confessa che il suo motto preferito è “Memento audere semper”. “Sono una donna che ha il coraggio di osare – spiega –. Se se mi va di fare una cosa, la faccio”. Lo stesso deve aver pensato Franco Fiorito, l’ingombrante famoso consigliere regionale del Lazio che il motto dannunziano usava quale citazione preferita: e la replicava su facebook, negli sms agli amici, negli auguri di capodanno. Fiorito e la Minetti non saranno forse i testimonial ideali per l’anniversario del vate del 2013 ma – come insegna la Fornero – non è il caso d’esser troppo choosy. A proposito di motti dannunziani, è stato citato in questi giorni ad Arco di Trento – nell’ambito della ventesima rassegna dell’editoria gardesana – forse il suo motto più famoso. “Io sono quel che ho donato” ha detto infatti, sbagliando, un illustre relatore: la formula corretta è invece “Io ho quel che ho donato”. Il poeta lo lesse forse per la prima volta inciso sulla pietra del camino di una casa nobiliare e ne scrisse il 20 ottobre 1916 alla contessina Alessandra Porro: «Penso per Lei a quel meraviglioso motto italiano del Quattrocento, ch’ebbi la ventura di scoprire inciso in una pietra di focolare». In realtà si tratta della traduzione di un verso di Rabirio, poeta latino poco conosciuto dell’età augustea - «Hoc habeo, quodcumque dedi» - ripreso poi da Seneca nel De beneficiis e quindi diffuso nel XV secolo, spesso abbinato alla cornucopia quale simbolo dell’abbondanza.

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