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UN SALENTINO A NORD EST (7) - PROSEGUONO I FANGHI, ABBINATI A PAROLE E PENSIERI

Parole, appunto. Vuoi che si considerino singolarmente, vuoi che si scorrano e passino in rassegna sfogliando il più dettagliato e vasto dizionario esistente, rappresentano, senza ombra di dubbio, un eccezionale e immenso patrimonio, una pingue dote, forse la più preziosa, a beneficio della società umana, almeno a livello del comune vivere civile, nonché di comunicazione e di relazione. E, tuttavia, includono talune accezioni che non esercitano un ruolo, un suono permanente e costante, restandosene, magari, neglette sulla carta o in qualche scansia remota per lungo tempo, decenni o secoli, mentre, poi, a un certo momento, per mero viatico modaiolo o dietro motivazioni di varia tendenza, si pongono alla ribalta e si diffondono su vasta scala, talora addirittura esageratamente e fuori luogo. Ad esempio, ci si soffermi sul sostantivo asporto o sulla correlata accezione verbale asportare. Tali lemmi avevano intorno il silenzio, la sconoscenza pressoché completa, sino a quando non è diventata d’uso e consumo comune, una specialità alimentare, la pizza. E, così, partendo da pizza, si è passati a "pizza d’asporto", oppure "pizza per asporto", e ancora, per estensione al sito di preparazione, "pizzeria d’asporto" e "pizzeria per asporto", espressioni infilate e imposte, a fare da pendant con altre, ruotanti sempre intorno alla famiglia delle gustose "margherita" e compagne: "pizza da taglio", "pizza per taglio", "prossima apertura pizzeria da taglio". Laddove, letteralmente e più semplicemente, asporto e asportare sono sinonimi ricercati di prelievo e prelevare, trasporto e trasportare, termini rispecchianti, in definitiva, il movimento o trasferimento di qualcosa da un posto all’altro. Secondo l’abbecedario linguistico dialettale del Salento, o i modi di dire vigenti anche in altre differenti aree, era assai usato in passato, e sporadicamente si adopera a tutt’oggi, il termine "sporta" o, in diminutivo, "spurteddra", un contenitore, di volume medio grande o di dimensioni ridotte, realizzato con giunchi sottili o vimini o fuscelli di paglia resistenti, composto da recipiente base e coperchio allo stesso legato mediante analoga materia prima. Comuni, quindi, i derivanti modi di dire "recare una sporta di pane" o "una spurteddra d’ove frische". Adesso, gli attrezzi casalinghi in parola sono sporadici, se non completamente spariti, e però isolate eccezioni resistono: una quindicina di giorni addietro, occasionalmente, sulla banchina del porticciolo di Castro, ho visto giungere, e salire sull’unica moto barca da pesca rimasta operativa, il comandante, Antonio, con, in mano, una "spurteddra", fedelissima all’antica e tradizionale foggia, verosimilmente contenente la sua cena, a fronte della serata e di gran parte della notte da trascorrere in mare a lavorare. ° ° ° Nell’ambito delle diatribe dialettiche connesse agli antagonismi politici e dei partiti, affiora, di tanto in tanto, l’accusa o contestazione in senso di macchia avente l’appellativo "voto di scambio". Invero, quanti imbrogli, abusi, arricchimenti illeciti, ricatti, pressioni, eccetera, a fianco delle schede elettorali depositate nelle urne o delle preferenze in genere! Tali, che fa ridere a crepapelle la "condanna" di un antesignano atto di detta specie, vigente nell’immediato dopoguerra e sino agli anni sessanta, con paternità attribuita al comandante e armatore Achille Lauro, al vertice del Partito Monarchico Italiano. Si rimproverava, al Comandante, di regalare un pacco di pasta (!!) ai napoletani, allo scopo di assicurarsi i loro voti: alla luce degli spettacoli cui s’assiste oggi, chiaramente, roba da angioletti. ° ° ° Al centro di Abano, sorgono due alberghi a quattro stelle, il "Centrale" e il "Magnolia": peccato, però, che, da qualche tempo, tali esercizi siano chiusi, similmente, purtroppo, a numerose altre aziende del settore. L’uno, con i suoi dieci piani, fra cui il primo apparentemente privato degli infissi (forse per far arieggiare l’interno), vanta, come ospiti, unicamente nutrite tribù di piccioni, di cui ho scorto ben quarantasei esemplari appollaiati in perfetto ordine sui davanzali del piano sottotetto. Il secondo, non mostra neppure segni e tracce di pennuti, limitandosi a offrire in visione appena la grande insegna svettante sulla sommità dell’edificio, miseramente mutilata, "Magnoli" al posto di "Magnolia". Qui, com’è noto, si è in una zona d’intensa e prevalente attività nel comparto turistico, sicché sgorga spontanea la domanda "di questo passo, dove si andrà a parare?". Del resto, nel Veneto come indistintamente in tutte le regioni, offrono una scena preoccupante e lasciano immaginare e vedere nero, gli unici esercizi del terziario o dei servizi (passi!) dove è dato, ancora, d’osservare utenti, in numero consistente se non in folla e in coda: le ricevitorie, i tabacchini, le edicole, i punti diversi, al cui interno si gioca, si scommette, si acquistano tagliandi miracolosi. Bello Stato, è questo! Né deve suonare consolante, il particolare che l’Erario s’ingrassi con una percentuale sul fatturato dell’immane e pazza attività ludica. ° ° ° Per fortuna, in giro, permane qualche cartello o cartellone o insegna, con messaggi di buona e sana tradizione, o indicazioni positive e utili. Per citare, nella piazza del comune a Montegrotto, quello annunciante "Scuola dell’infanzia, con nido integrato", sullo sfondo di un prato, un fiore sorridente a forma di sole, una nuvoletta bianca. E, poco lontano, l’insegna, con traduzione in tedesco, di un artigiano vecchia maniera: "Il calzolaio – Schuhmacher" e "Riparazione calzature – Schuhreparatur". Quest’ultimo messaggio mi ha fatto apprendere che il corrispondente termine tedesco di ciabattino si distingue solo per la lettera h mediana, dal cognome del famosissimo ex campione automobilistico Michael Schumacher. Inoltre, mi ha parallelamente incuriosito a chiedermi chissà quanti turisti provenienti dai lander porteranno scarpe da riparare al ciabattino di Montegrotto Terme; non è escluso che siano parecchi, per via dei prezzi, se, a tal fine, può fare testo la circostanza che mia figlia, abitante a Monaco di Baviera, in occasione di ogni viaggio in Italia, mette in valigia più paia di sue calzature ammalorate, per poi affidarle, alternativamente, alle cure di due artigiani salentini, mesciu Ginu di Lecce o mesciu Dante di Andrano. 19 novembre 2012 Rocco Boccadamo Lecce

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