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Crisi della giustizia: uno sconcertante caso giudiziario che riguarda la Banca d'Italia

Si parla sempre più, tra tutti i malanni che affliggono il nostro Paese, della crisi profonda che attraversa l’amministrazione della giustizia, sia con riferimento ai lunghi tempi di attesa per l’ottenimento di una decisone definitiva, sia anche, a volte, con riferimento a decisioni che lasciano, a dir poco, alquanto perplessi. A solo titolo esemplificativo, sottopongo all’attenzione di chi lo vorrà leggere il racconto di un caso davvero sconcertante, che mi riguarda personalmente, relativo alla vicenda che ha caratterizzato gli ultimi cinque anni di mia permanenza, in qualità di Condirettore, presso l’Ufficio Italiano dei Cambi (ora non più esistente, perché incorporato nella Banca d’Italia) e la situazione, ancora più sconcertante, nella quale oggi mi trovo, dopo oltre 13 anni dall’inizio del giudizio che ne è seguito. Assunto per chiamata diretta, su esplicito invito rivoltomi dall’allora Governatore Dott. Carlo Azelio Ciampi, dal 1982 al grado apicale della carriera direttiva dell’UIC, con l’incarico di Capo del Servizio Autorizzazioni, successivamente, a seguito della intervenuta liberalizzazione valutaria, venni, nel 1994, preposto, con delibera del Consiglio di Amministrazione, alla istituita “Area giuridica e dei controlli interni”. In qualità di “Responsabile del controlli interni” (funzione che avrei dovuto esercitare senza l’ausilio di alcun collaboratore o dipendente) inoltrai alla Corte dei Conti (al cui controllo era sottoposto l’UIC) diverse segnalazioni, relative a situazioni che destavano la mia perplessità sulla loro regolarità: mi limito a riferirmi a quella relativa alla regolamentazione del c/c intrattenuto con la Banca d’Italia, che - con l’anomala previsione del c.d. “tasso di equilibrio” (pari all’effettivo rendimento della valuta estera) da applicarsi, in sostituzione del tasso ufficiale di sconto, sullo scoperto in lire utilizzato per l’acquisto di detta valuta che l’UIC, in qualità di monopolista, era tenuto ad acquistare dai residenti - aveva prodotto un abnorme accumulo di utili (pari ad oltre 13 mila miliardi di vecchie lire), nonché all’investimento di circa 400 miliardi di lire in un fondo estero (L.T.C.M.) che, utilizzando prodotti derivati, speculava su titoli (non esclusi quelli del debito pubblico italiano): dette denunce non ebbero alcun seguito per il provvidenziale venir meno del controllo della Corte dei conti sull’UIC, per la qualifica, successivamente attribuitagli con legge, di ente strumentale della Banca d’Italia, da sempre sottratta a detto controllo. Con riferimento al suddetto anomalo enorme accumulo di utili, per necessaria chiarezza, va precisato che, secondo la legge istitutiva dell’UIC (art. 10 del D.L.Lgt. 17.5.1945, n. 331), dette riserve erano destinate (in sede di liquidazione dell’UIC, con la soppressione del monopolio dei cambi) ad essere integralmente incamerate dall’Erario. Senonché, con l’avvenuta soppressione del monopolio dei cambi, l’UIC, anziché essere liquidato, venne ristrutturato con il D. Lgs. 26.8.1998, n. 319, assumendo la qualifica di “ente strumentale della Banca d’Italia”: in tale nuovo assetto istituzionale non era prevista l’esistenza di riserve dato che, come chiarito nella relazione illustrativa a detto provvedimento, le riserve presenti nel bilancio del 1998 sarebbero affluite “al conto economico”, il cui relativo utile sarebbe stato “interamente attribuito al Tesoro dello Stato”, in linea con la precedente previsione legislativa. L’enorme importo, come sopra indicato, doveva, pertanto, integralmente affluire nelle casse del Tesoro: quattromila miliardi delle vecchie lire vennero, invece, sottratte a tale destinazione per affluire, indebitamente, in un “fondo di riserva”, previsto dal nuovo Statuto dell’UIC (in contrasto con il su richiamato D. Lgs.). L’irregolarità di tale fondo risulta, inoltre, documentalmente provato dalla circostanza che, nei documenti ufficiali dell’UIC, relativi ai bilanci dal 1998 in poi, il fondo in questione risulta testualmente indicato come un fondo di riserva, “costituito ai sensi dell’art. 9 del D. Lgt. 17.5.1945, n. 331” (che, a quella data, risultava, peraltro, abrogato), che raccoglie il saldo al 31.12.1998 degli utili netti conseguiti dall’UIC fino al 1997, nell’esercizio della sua funzione di monopolista delle valute estere. Tale indebita sottrazione venne giustificata, con una a dir poco fantasiosa e, comunque, inconcludente affermazione, in occasione dell’audizione, nella seduta del 28.10.1998 delle Commissioni Bilancio e Tesoro della Camera e del Senato, dell’allora Governatore della Banca d’Italia, dott. Antonio Fazio, secondo cui “una parte” dei suddetti 13 mila miliardi di lire doveva “rimanere a garanzia delle riserve del capitale”, senza alcuna precisazione né del suo ammontare, pertanto, successivamente arbitrariamente determinato, né del suo fondamento giuridico (legislativo o regolamentare) che ne giustificasse la sua costituzione: è sintomatico, al riguardo, notare che il nuovo Statuto dell’UIC (predisposto dallo stesso UIC) sia stato approvato proprio il giorno successivo a detta audizione. Comunque, a partire dal 1° gennaio 2008, a seguito della soppressione dell’UIC, dette anomale riserve (corrispondenti a circa 2 miliardi di euro) sono state incamerate dalla Banca d’Italia. Sta di fatto che l’allora Direttore Generale ebbe esplicitamente a contestare dette mie iniziative, assunte in adempimento della funzione di Responsabile dei controlli interni che mi era stata attribuita dal Consiglio di Amministrazione dell’UIC, formalmente invitandomi, con lettera agli atti del fascicolo del giudizio di cui dirò in seguito, ad astenermi dal segnalare alla Corte dei Conti qualsiasi presunta irregolarità. I miei compiti di controllo vennero così, di fatto, completamente azzerati, sottraendomi anche la mia segretaria, assegnata al Servizio del personale: la mia totale segregazione (venne anche asportata dalla porta della mia stanza l’etichetta con il mio nome che fu anche “dimenticato” nell’elenco del personale dell’UIC, pubblicato ad uso esterno) durò circa cinque anni, inutili risultando i vari miei tentativi di ottenere (anche da parte dell’allora Governatore, Dott. Antonio Fazio) adeguate giustificazioni di tale comportamento. Il protrarsi di tale insopportabile situazione determinò l’insorgere di un’inevitabile profonda depressione che mi costrinse ad allontanarmi dal servizio per malattia, a pochi mesi dalla cessazione del rapporto di lavoro per limiti di età. Sempre in assenza di risposte alle mie sollecitazioni e senza che l’UIC si fosse mai fatto carico di verificare il mio stato di salute, poco prima della suddetta cessazione per limiti di età intrapresi, nel giugno del 1999, innanzi al Tribunale civile di Roma un’azione giudiziaria per ottenere il risarcimento dei danni, così ingiustamente subiti. Il G.I. dispose un accertamento tecnico, affidando l’incarico al titolare della prima cattedra di Psichiatria dell’Università “La sapienza” di Roma: detta CTU , svoltasi con il regolare contraddittorio delle parti in causa, accertò che la malattia che mi aveva colpito era di entità tale da determinare la mia inabilità a proseguire il rapporto di lavoro (comunque già cessato per limiti di età) e che era stata esclusivamente determinata dall’inattività cui ero stato costretto per un così lungo tempo. Il Tribunale di Roma condivise pienamente le risultanze di detta CTU, con riferimento sia all’entità del danno che alle cause che lo avevano determinato; inoltre, nella sentenza del 3.5.2004, si legge testualmente: 1) “non vi è dubbio che da una determinata epoca in poi, all’attore siano stati attribuiti posti che sotto il profilo nominale apparivano assolutamente prestigiosi, ma che nella sostanza non comportavano alcun compito, alcuna mansione, alcuna attività in qualche modo utile..”; 2) il Tribunale spiegava, così, la motivazione di tale comportamento dell’UIC: “il quadro emerso dall’attività istruttoria evidenzia la volontà dei vertici dell’azienda di tenere buono l’Avv. Pellettieri…..affinché non assumesse iniziative contrarie alla politica aziendale……..con vere e proprie denunce dirette alla Corte dei conti e che, sia pure implicitamente, non escludevano illeciti penali”; 3) al fine, poi, di escludere che nel comportamento illecito dei dirigenti dell’UIC potesse ravvisarsi “una persecuzione diretta contro un dipendente”, il Tribunale ipotizzava che “la finalità di tali atti illeciti sarebbe comunque da attribuire alla volontà di conseguire illeciti profitti personali o tornaconti politici o di altro genere”; 3) i danni da me lamentati coincidevano con “i danni che il CTU ha riscontrato essersi effettivamente verificati”; 4) il tribunale, però, respingeva la mia domanda, dato che riteneva che i danni lamentati erano “stati causati…esclusivamente da una tipica fattispecie di violazione dell’art. 2103 c.c. (demansionamento) e, quindi, dalla lesione di diritti connessi al rapporto di lavoro e, cioè, di quei diritti che non avrebbero mai potuto trovare tutela dinanzi a questo giudice, privo di giurisdizione rispetto al rapporto di lavoro intercorso tra Pellettieri Federico e l’Ufficio Italiano dei Cambi”. E’ appena il caso di notare come l’UIC-Banca d’Italia, in tutte le fasi successive del giudizio, si sia sempre astenuta da qualsiasi contestazione delle pesanti affermazioni, come sopra riportate, formulate nella sentenza del Tribunale nei suoi confronti. Avverso tale sentenza produssi tempestivo appello, contestualmente iniziando, per gli stessi fatti, un analogo giudizio innanzi al TAR del Lazio, sulla base di quanto indicato dal Tribunale: senonchè, il TAR prima e, successivamente, anche il Consiglio di Stato respinsero la mia richiesta, ritenendosi, a loro volta, carenti di giurisdizione, in quanto, come testualmente si legge nella sentenza del C. di S. del 12.12.2008, nella fattispecie sottoposta al suo esame, “nessun demansionamento sul piano formale può essere individuato” e, pertanto, “il Collegio non ritiene di poter condividere” quanto sostenuto dal Tribunale in ordine al difetto di giurisdizione del Giudice Ordinario, potendo, invece, “ragionevolmente affermarsi che se vi è stata una ‘diminutio’ della figura professionale dell’attuale appellante, questa si è verificata solo in via di fatto…..ovvero proprio in quella dimensione…sottratta alla giurisdizione del Giudice Amministrativo”. Proseguito il procedimento innanzi alla Corte d’Appello di Roma, quest’ultima, nonostante l’intervenuta sentenza definitiva del Giudice Amministrativo, e dopo aver ribadito che dalle risultanze processuali emergeva un quadro complesso di rapporti, “caratterizzati dal tentativo di isolare l’avv. Pellettieri impedendogli di partecipare a decisioni di grande rilevanza, relative all’impiego di una parte delle riserve valutarie della Banca d’Italia, alle modalità di tenuta del c/c dell’UIC presso la Banca d’Italia, all’entità delle (non modeste) spese di rappresentanza e alle decisioni della commissione per le violazioni valutarie al fine evidente di impedire all’avv. Pellettieri di far valere le proprie ragioni”, confermò, in data 30.4.2009, la sentenza di primo grado. Ultimamente, con sentenza del 31 luglio 2012, la corte di Cassazione ha respinto il mio ricorso, confermando le sentenze di primo e secondo grado, unitamente alla condanna ad ingenti spese processuali (per i tre gradi di giudizio) a favore della Banca d’Italia, addossandomi, così, la responsabilità di una, comunque, non risolta diatriba tra i due organi di giurisdizione (civile ed amministrativo) alla quale mi sono sempre esplicitamente dichiarato indifferente. Allo stato attuale, quindi, la situazione processuale (a dir poco, davvero sconcertante) determinatasi, dopo oltre tredici anni di contenzioso e ben cinque sentenze (tre del giudice ordinario e due di quello amministrativo) può così riassumersi: acquisita la prova dei danni da me subiti e che gli stessi sono stati esclusivamente causati dal comportamento dei vertici dell’UIC che mi hanno totalmente esautorato da ogni funzione per ben cinque anni consecutivi per le motivazioni evidenziate nelle sentenze come sopra richiamate (per aver, cioè, cercato invano di esercitare le funzioni di controllo interno che mi erano state conferite), mi è stato negato il risarcimento dei danni suddetti solo perché sia il Giudice Amministrativo che quello Ordinario si sono entrambi dichiarati privi di giurisdizione, individuando, il primo, nei fatti accertati dal Tribunale civile, un ‘demansionamento di fatto’ che, incidendo su diritti soggettivi, richiedeva la competenza del giudice civile che, invece, l’aveva rifiutata ed il secondo, (come testualmente emerge dalla sentenza della Cassazione su citata), partendo dalla considerazione che “il c.d. ‘demansionamento di fatto’ è fattispecie riconducibile, pur sempre, all’art. 2103 c.c.”, costituendo, pertanto, “violazione di doveri contrattuali”, ha ritenuto di dover escludere “in questa sede la relativa indagine, non già perché si trattasse di comportamenti che non fossero suscettibili di incidere su diritti soggettivi, ma perché la materia contrattuale era riservata alla giurisdizione esclusiva del Giudice Amministrativo” che, a sua volta, l’aveva, in precedenza, già rifiutata. L’assurda vicenda giudiziaria, così come sopra sinteticamente raccontata e che può, in tutta evidenza, qualificarsi come un caso di denegata giustizia, si concludeva, inoltre, con il pagamento delle spese giudiziarie poste a mio carico dai giudici ordinari per un ammontare complessivo di ben 43.000 euro, in favore della Banca d’Italia che non ha esitato minimamente a chiedermene il saldo immediato. Amara considerazione conclusiva: sino a che il sistema dell’amministrazione della giustizia italiano sarà in grado di determinare simili inaccettabili situazioni (purtroppo, a quella qui raccontata se ne aggiungono tante altre) che ingiustamente colpiscono il malcapitato cittadino, risulterà molto difficile che i cittadini italiani (e, soprattutto, anche quelli stranieri che operano in Italia) possano aver fiducia nella giustizia, sulla base di un giusto processo che costituisce uno degli indispensabili presupposti di un vivere civile. Avv. Federico Pellettieri

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