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LE PRIMARIE SONO UN'INVENZIONE PER NON MUTARE IL SISTEMA

Il ricorso alle primarie è l’implicita ammissione della carenza di democrazia nei partiti. Ma è fumo negli occhi. In Italia esiste ormai una “questione democratica”: i margini di democrazia si sono ristretti al punto di diventare un problema grave. La perdita di gran parte della sovranità trasferita alle istituzioni europee, la mancanza della sovranità monetaria, il governo “tecnico” scelto non dal popolo ma dalle banche, la sterilizzazione del Parlamento nonché lo svuotamento dei partiti fanno sì che la democrazia rimanga solo formalmente. Nella sostanza il popolo è stato progressivamente privato di quella sovranità che gli è formalmente riconosciuta dalla Costituzione. La deriva leaderistica o oligarchica dei partiti è stato il primo passo. Nella democrazia rappresentativa, infatti, i partiti dovrebbero essere la cinghia di trasmissione fra il popolo e le istituzioni. Così aveva funzionato il sistema durante la Prima repubblica che, con tutti i difetti, una certa forma di democrazia indiretta l’aveva garantita proprio perché i partiti avevano un radicamento popolare e garantivano al loro interno meccanismi di partecipazione e democrazia, sia nei processi decisionali che nella selezione della classe dirigente. Nella Seconda Repubblica invece, per reazione a tangentopoli, i partiti si sono ricostituiti con un assetto diverso, basato sul leader o su delle oligarchie onnipotenti, con una base privata di ogni possibilità di incidere sulle scelte. Era inevitabile che questo sistema svuotasse i partiti di qualsiasi residua funzione di mediatore fra il popolo e le istituzioni e allontanasse sempre più i cittadini dalla politica. Oggi ci si accorge che così non può essere, che la politica, per riprendere il suo ruolo, deve essere innanzitutto rappresentanza e partecipazione, a meno che non si voglia lasciare tutto nelle mani dei banchieri. Nasce così l’esigenza di inventare qualcosa che riavvicini i cittadini ai partiti, Qualcosa che dia la parvenza di un coinvolgimento e di una partecipazione della gente. Ecco come si arriva alle primarie. Le primarie le hanno inventate gli americani e servono a nominare il candidato alla presidenza degli Usa da parte dei due partiti che si alternano alla guida del paese. I repubblicani, ovviamente, nominano il candidato repubblicano. E gli iscritti al partito democratico, il candidato democratico. Normale. In Italia invece le primarie sono solo una scimmiottatura di quelle americane. In Italia vota chiunque passando davanti ad un gazebo voglia farlo. Così può accadere che uno di destra possa andare a votare per il candidato del Pd, scegliendo apposta, ovviamente, il candidato più debole. Potrà accadere la stessa cosa se il Pdl si accoderà al tipo di primarie usate dal Pd. E’ evidente che a delle primarie serie, come avviene negli Usa, non possono che partecipare gli iscritti a quel partito. Altrimenti viene meno la ragione di farle, che è quella di scegliere il miglior candidato possibile per quel partito, e non per gli avversari. Ma a parte questa bazzecola, che può comunque giocare dei brutti scherzi, resta il fatto che le primarie sono l’ammissione della carenza di democrazia nei partiti. Ed è questo il punto. La democrazia italiana si potrà salvare solo se ai partiti, che oggi sono semplici associazioni di privati cittadini, verrà data una veste giuridica e i meccanismi di selezione, partecipazione e rappresentanza interna sarà regolata per legge. Qualcosa del genere, con lungimiranza, l’aveva proposta Storace. Ma è rimasta lettera morta. Ora non ci può più aspettare. La democrazia è agonizzante.

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