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Io non ci sto!

Egregio direttore, di una cosa in Italia si può essere certi; cambiamento non coincide mai con avvicendamento e tanto meno con miglioramento. Questa affermazione forse non vale sempre se utilizzata in termini generali ed astratti ma corrisponde alla pura verità se ci si riferisce alla politica con la “p” minuscola che peraltro è quella con cui i cittadini si devono confrontare quotidianamente, non solo a livello nazionale ma anche a livello locale. Ciò detto la colpa è solo parzialmente attribuibile ai soggetti protagonisti dello scenario politico e a quelle avide macchine mangiasoldi dei partiti che hanno tradito reiteratamente il loro elettorato ma è anche degli stessi cittadini. Spesso per paura, molto più spesso per obsolete ideologie, sicuramente in molti casi per interesse personale, di lobby, di categoria, la gente rifugge il cambiamento e rinnega chi lo promuove o lo interpreta. E anche oggi nel bel mezzo di una crisi senza precedenti, almeno per coloro che non hanno ancora i capelli bianchi, gli italiani, senza distinzione di schieramento politico, dagli anacronistici estremisti ai soliti cosiddetti moderati che non sanno né di carne né di pesce, passando per i qualunquisti per arrivare ai finti rivoluzionari che protestano a prescindere, dimostrano di meritarsi la classe politica e le altre caste, a ben vedere altrettanto odiose (magistrati, giornalisti, alti burocrati, professori universitari, sindacalisti, ecc.) che regnano incontrastate. In realtà qualcuno prova a contrastarle ma è minoranza e si sa in democrazia le minoranze non contano perché forse portano idee ma non consenso. Smettiamola dunque di lamentarci se massacrano di tasse la classe media e i “soliti idioti” che le tasse le pagano da sempre e vengono foraggiati banchieri e finanzieri. Smettiamola di dire che le cose non funzionano quando siamo i primi a consentire che professionisti della politica continuino a sedere sulle rispettive poltrone per oltre vent’anni indisturbati, pasturando le proprie clientele al posto di occuparsi dell’interesse pubblico, cioè di tutti. Bisogna anche piantarla di parlare dell’importanza di premiare il merito quando non ci indigniamo davanti a rappresentanti delle istituzioni che fanno i loro comodi e coltivano interessi di parte, naturalmente la loro; quando non ci disturba affatto che sacerdoti e professori utilizzino le loro cattedre per fare politica anziché prendersi cura delle anime e istruire i nostri giovani. Non stupiamoci se le cose non vanno quando non ci sembra strano che comunisti e socialisti vadano a braccetto dopo essere stati cane e gatto prima e rispettivamente vittime e carnefici al tempo di mani pulite. A proposito di mani pulite e dei suoi protagonisti non sorprendiamoci del baratro in cui siamo finiti quando sembra naturale che magistrati che non si comprende come abbiamo potuto conseguire il titolo (di licenza elementare intendo) diventano ministri della Repubblica incassando il premio per non aver colpito una certa parte politica immersa come tutte le altre nel malaffare oltre che colpevole di intelligenza col nemico ai tempi della guerra fredda. No, non stupiamoci e soprattutto non lamentiamoci più se nel nostro piccolo siamo i primi a non voler cambiare, per egoismo o semplicemente per quieto vivere, per non disturbare il manovratore o per ingraziarci il feudatario di turno. Ebbene concludo utilizzando una frase, ahimè pronunciata diversi anni fa da un degno rappresentante di quel sistema pernicioso pocanzi descritto ma che esprime bene il mio punto di vista: io non ci sto.

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