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Se ci ricordassimo perché, dopo la guerra mondiale, fondammo a Roma la Comunità Europea allora ci di

Se ci ricordassimo perché, dopo la guerra mondiale, fondammo a Roma la Comunità Europea allora ci diventerebbe chiaro perché, oggi, nel tempo del “Commercium et Pax” globale, abbiamo il dovere di riconoscerne l’avvenuta estinzione [Dario Ciccarelli, www.dariociccarelli.org] Il 15 aprile 1994, a Marrakech, si posero le premesse perché tutte le Nazioni del mondo venissero unite in un armonioso gioco di interdipendenze, fondato su un sistema giuridico universale capace di assicurare il Commercio, quindi la Pace e la Giustizia. Il 15 aprile 1994 venne infatti sottoscritto il Trattato istitutivo dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. I 156 Stati membri dell’Organizzazione Mondiale del Commercio perseguono oggi, insieme, obiettivi simili a quelli che Italia, Francia, Germania, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo si prefissero nel 1957 quando sottoscrissero, a Roma, il Trattato istitutivo della Comunità economica europea. Nel quadro delle regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, oggi USA e Russia, Israele e Paesi arabi promuovono, insieme, il commercio, il diritto e quindi la pace. “Nell’ultimo quarto di secolo l’ordine giuridico globale ha fatto passi da gigante, per cui il diritto gioca in esso un ruolo determinante … Al centro del sistema vi è l’OMC”, così scriveva nel 2006 (“Oltre lo Stato”) Sabino Cassese, oggi giudice costituzionale. I Padri della Costituzione vollero un’Italia che tra i suoi principali ed inderogabili obblighi giuridici (art. 11 Cost.) annoverasse quello di promuovere ed incoraggiare le Organizzazioni Internazionali e, in tal modo, la pace e la giustizia tra le Nazioni di tutto il mondo: “L’Italia … consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. “La mens legislatoris non immaginava – e non poteva immaginare –, allora, l’emergere e il crescere del fenomeno ‘comunitario’ ... Pertanto si potrebbe dire che, se per un verso lo specifico disegno CE/UE non poteva essere nella mente dei costituenti, la possibilità che la disposizione dell’art. 11 potesse trovare una qualche applicazione in ambito europeo pur rientrava nella sua ratio. Ma rimane comunque una opinione generalizzata che l’art. 11 intendesse limitarsi alla problematica nascente dalla presenza della nuova organizzazione mondiale Nazioni Unite, la quale pure, tuttavia, non trova menzione espressa nello stesso art. 11, rientrando essa, in via di interpretazione, nel concetto di ‘organizzazioni internazionali’ rivolte allo scopo di assicurare ‘la pace e la giustizia fra le Nazioni’” (Relazione Finale in Tema di forme e condizioni di partecipazione dell’Italia alle Organizzazioni Internazionali e al processo di integrazione europea (Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento per le riforme istituzionali e la devoluzione, Comitato di studio in materia costituzionale, 2004). Nel 1957, pochi anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, causata - utile ricordare qui - dai contrasti tra le nazioni europee, lo Stato italiano fondò a Roma, insieme ad altre cinque nazioni, la Comunità Economica Europea. Costruire un quadro giuridico volto a promuovere e a regolare il commercio tra nazioni poco prima belligeranti, si pensò, avrebbe favorito lo sviluppo e avrebbe generato interdipendenze, quindi allontanato tentazioni di nuovi conflitti e spinto verso la pace. La Corte costituzionale italiana ritenne che il progetto di una Comunità economica europea fosse coerente con le prospettive dell’art. 11 Cost. (“L’Italia … consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”). Richiesta di valutare la legittimità del sistema CEE, la Corte costituzionale italiana così sentenziva (sentenza n. 183 del 1971): “La legge 14 ottobre 1957, n. 1203, con cui il Parlamento italiano ha dato piena ed intera esecuzione al Trattato istitutivo della CEE, trova sicuro fondamento di legittimità nella disposizione dell’art. 11 della Costituzione, in base al quale ‘l’Italia consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni’, e quindi ‘promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo’. Questa disposizione, che non a caso venne collocata tra i ‘principi fondamentali’ della Costituzione, segna un chiaro e preciso indirizzo politico: il costituente si riferiva, nel porla, all’adesione dell’Italia alla Organizzazione delle Nazioni Unite, ma si ispirava a principi programmatici di valore generale, di cui la Comunità economica e le altre Organizzazioni regionali europee costituiscono concreta attuazione”. La Corte riconobbe dunque legittima la CEE soltanto nella misura in cui tale “Organizzazione Internazionale” operava in funzione delle finalità della pace e della giustizia tra le Nazioni del mondo; al riguardo, la Corte forniva, nella medesima sentenza (n. 183 del 1973), un cruciale chiarimento: “E’ appena il caso di aggiungere che in base all’art. 11 della Costituzione sono state consentite limitazioni di sovranità unicamente per il conseguimento delle finalità ivi indicate; e deve quindi escludersi che siffatte limitazioni, concretamente puntualizzate nel Trattato di Roma - sottoscritta da Paesi i cui ordinamenti si ispirano ai principi dello Stato di diritto e garantiscono le libertà essenziali dei cittadini -, possano comunque comportare per gli organi della CEE un inammissibile potere di violare i principi fondamentali del nostro ordinamento costituzionale, o i diritti inalienabili della persona umana. Ed è ovvio che qualora dovesse mai darsi all’art. 189 una sì aberrante interpretazione, in tale ipotesi sarebbe sempre assicurata la garanzia del sindacato giurisdizionale di questa Corte sulla perdurante compatibilità del Trattato con i predetti principi fondamentali …”. In nessun modo dunque, sulla base della Costituzione vigente, la Corte costituzionale potrebbe mai riconoscere legittima una costruzione organizzativa europea che, da Organizzazione Internazionale originariamente volta a favorire la pace e la giustizia tra le nazioni, muovesse anche solo un piccolo passo per cancellare l’Italia e dare luogo ad un nuovo Stato, eventualmente con la finalità di tutelare meglio gli interessi economici degli italiani”. I Costituenti, ispirati nel 1947 da una visione internazionale e globale, scrissero l’art. 11 valutando e scartando l’ipotesi di inserirvi un riferimento all’Europa, proprio perché si volle chiarire che il respiro dell’Italia doveva essere assoluto e mondiale: “La questione sollevata dall’onorevole Bastianetto, perché si accenni all’unità europea, non è stata esaminata dalla Commissione. Però, raccogliendo alcune impressioni, ho compreso che non potrebbe avere l’unanimità dei voti. L’aspirazione all’unità europea è un principio italianissimo; pensatori italiani hanno posto in luce che l’Europa è per noi una seconda patria. E’ parso, però, che anche in questo momento storico, un ordinamento internazionale può e deve andare oltre i confini d’Europa. Limitarsi a tali confini non è opportuno di fronte ad altri continenti, come l’America, che desiderano di partecipare all’organizzazione internazionale. Credo che, se noi vogliamo raggiungere la concordia, possiamo fermarci al testo della Commissione, che, mentre non esclude la formazione di più stretti rapporti nell’ambito europeo, non ne fa un limite ed apre le vie ad organizzare la pace e la giustizia fra tutti i popoli” (Intervento dell’on. Meuccio Ruini, seduta plenaria dell’Assemblea Costituente, sessione pomeridiana del 24 marzo 1947). Il 15 aprile 1994 l’Italia firmò il Trattato istitutivo dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, divenendone così Membro a pieno titolo, in tal modo acquisendo, al pari di tutti gli altri Stati membri, propri diritti e propri doveri nell’ambito del mercato globale e del diritto internazionale. Dal 1 gennaio 1995, anno di entrata in vigore del Trattato dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, l’Italia non esercita però i propri diritti in ambito OMC, non contesta le violazioni che altri Paesi operano delle regole OMC e non applica sul proprio territorio le norme OMC: ciò perché tutti – giudici, legislatore, docenti universitari, funzionari pubblici – aderiscono inerzialmente e meccanicamente, dimentichi dell’art. 11 Cost. e delle finalità costituzionali che un tempo legittimavano la Comunità Economica Europea e che oggi legittimano l’Organizzazione Mondiale del Commercio, all’indirizzo degli organi comunitari secondo cui le norme del diritto dell’Organizzazione Mondiale del Commercio non avrebbero alcun valore: “: “è giurisprudenza costante che, tenuto conto della loro natura e della loro economia, gli accordi OMC non figurano in linea di principio tra le normative alla luce delle quali la Corte controlla la legittimità degli atti delle istituzioni comunitarie” (C-377/02, 1 marzo 2005). Nel tempo del mercato globale, del trionfo del diritto internazionale e dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, l’Italia non può limitarsi a valutare se restare o meno nell’euro e nell’Unione Europea: l’Italia, così vollero i Costituenti, ha l’obbligo giuridico, e la responsabilità storica, di riconoscere che il 15 aprile 1994 il Trattato di Roma è stato abrogato e l’esperienza comunitaria si è conclusa. Solo così l’Italia potrà riprendere, come deve, a favorire la pace e la giustizia tra le Nazioni di tutto il mondo, quindi, finalmente, a cominciare a rispettare (come peraltro qualche lucido giudice ha già fatto: “Nonostante il differente orientamento della giurisprudenza comunitaria, i protocolli di cui all’accordo GATT, grazie alle leggi di ratifica ed esecuzione, attribuiscono ai singoli diritti pienamente tutelabili dinanzi alla giurisdizione nazionale”, Tribunale di Napoli, 12 novembre 1984, Soc. Montedison C. Min. fin.) e sostenere le norme dell’Organizzazione Mondiale del Commercio.

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