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LA FINANZA DERIVATA UCCIDE L'ECONOMIA REALE

Da tempo si discute sulle cause del tracollo delle borse e del crac finanziario globale. L'analisi dei meccanismi che governano il sistema finanziario è utile quando possa portare a una corretta diagnosi circa le cause del malfunzionamento e a individuare una corretta terapia. L'attuale crisi economica promette di essere più complessa di quella storica del 1929 e ne differisce per molteplici aspetti. Ritengo utile riportare qui di seguito, testualmente e tra virgolette, una lucida e sintetica analisi fatta da un noto economista: "…Il mercato ha fallito. Anzi, per la verità … il mercato ha fallito per eccesso, lo Stato per difetto. Perché questo doppio fallimento? Perché, con la globalizzazione, mentre cresceva la forza del mercato, configurato come il fondamento di una nuova religione terrestre, decresceva simmetricamente la forza dello Stato. Via via che con la globalizzazione cresceva la forza dell'economia, lo Stato rinunciava ad esercitare una delle sue funzioni sovrane: rinunciava al monopolio nel battere la moneta. Nell'età della globalizzazione anche le banche private potevano infatti battere, e perciò battevano la loro moneta. Una moneta addizionale che prendeva forma nei più incredibili strumenti finanziari. Una moneta fondata sul debito e perciò stampata sul nulla. E' così che la moneta cattiva ha via via sovrastato la moneta buona. Ed è proprio nella implosione di questa nuova e privata massa monetaria la causa della crisi che vediamo e viviamo." L'economista è Giulio Tremonti, che scrive sul Corriere della Sera del 17 marzo 2009. Condivido pienamente la sua analisi, ma voglio sottolineare il fatto che la terapia mi sembra ancora lontana. Penso che la crisi non verrà superata se non si inciderà più profondamente sulle regole finanziarie, ma anche, più in generale, su quelle sociali che ci siamo dati. Non possiamo aspettare che la soluzione piova dal cielo, come un "deus ex machina" che ci detti le nuove regole "globali". Dobbiamo pensare e agire in proprio. Lo Stato continua ad andare in soccorso delle banche senza pretendere in cambio che queste cambino le loro regole, che sembrano scritte più per i gruppi di potere organizzati e per i più spericolati e disonesti speculatori che per l'onesto comune risparmiatore o lavoratore. Le banche continuano a proporre "titoli tossici", come quelli che, anziché rappresentare il valore di un'azienda reale che produce cose utili per la vita di tutti i giorni e dà impiego a onesti lavoratori, si fondano invece su scommesse circa il futuro andamento dei mercati, scommesse che si addicono piuttosto ai giocatori d'azzardo o a coloro che frequentano i casinò. Chiunque sia dotato di raziocinio capisce che si tratta solo di carta straccia. Come dice giustamente Tremonti, sono la cattiva moneta che sta progressivamente soppiantando quella buona. Le attuali regole legittimano la truffaldina confusione tra ciò che è finto, come in gioco di carte, e ciò che è reale, trattando tutto allo stesso modo: con le conseguenze che ci stiamo abituando a vedere. C'è chi ha costruito vere e proprie fortune con queste scommesse, drenando soldi veri dall'economia reale a questa sorta di economia virtuale da giocatori d'azzardo. Fatta l'analisi, e cioè stabilita la diagnosi, Tremonti ci indica la terapia: bisogna rivedere le regole sugli attuali demenziali prodotti finanziari, incompatibili con uno Stato di diritto, dove non è possibile accettare che si paghino cose finte con soldi veri. Ciò è da considerare solo come un primo piccolo passo. Bisogna poi proseguire ridando valore al lavoro, quello vero e non quello dei venditori di fumo o di illusioni, ormai diventati agiati parassiti della società, restituendo dignità economica e giuridica ai lavoratori. Confondere l'economia reale, quella che produce beni concreti, con quella virtuale fondata sul vuoto spinto, sul nulla travestito da ologramma, rischia, come si è già visto, di portare sfortuna. Con i più cordiali saluti.

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