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La fame

Qualche giorno fa mi sono recato in un supermercato quasi all'ora di chiusura, mi sono precipitato al banco del pane ed ho trovato un'addetta che si affrettava a mettere il pane, rimasto nello scaffale, in grandi bustoni di plastica neri. Le ho chiesto quale sarebbe stato il destino di quel pane. “La spazzatura, Signore.” Mi ha risposto. “Potreste darlo in beneficenza nelle mense per poveri oppure destinarlo all'alimentazione animale!”, obiettai, convinto di aver detto qualcosa di sensato. “No, signore, le disposizioni igieniche lo proibiscono.” Ora, immaginare che in quel momento, in tutta Italia, altre persone stavano facendo la stessa operazione “sacrilega“ mi riempii di meraviglia prima e di profondo sdegno poi! A questo ci ha portato questa nostra civiltà, facendoci dimenticare il valore del pane e tutto il lavoro che lo precede, e soprattutto che ci sono ancora milioni di persone che non ne hanno abbastanza! Tornando a casa, sconsolato, per questa mostruosità, che solo ora ho appreso, a proposito del pane invenduto (ma mi è stato detto che altrettanto succede nelle pizzerie e non so se anche nelle pasticcerie), mi venne in mente un episodio che un mio vecchio zio, maresciallo dei Carabinieri , mi aveva raccontato tanti anni fa. Era forse il 1909 o il 1910 tra i monti del Beneventano. In quegli anni il mio giovanissimo zio stava svolgendo il suo servizio da carabiniere nella zona. Aveva appunto intorno ai venti anni e una mattina di luglio dal suo maresciallo venne ordinato a lui e a un carabiniere di poco più anziano, di recarsi in una frazioncina del Comune, sede della stazione dei Carabinieri, per fare servizio di perlustrazione e prevenzione e per raccogliere qualche informazione. Oggi vediamo i carabinieri far servizio in auto scattanti, su strade asfaltate e con divise che rispettano l'andamento stagionale, allora i Carabinieri, oltre ad una ferrea disciplina che imponeva perfino l'età matrimoniale, erano costretti a vestire di tutto punto divise di panno nero abbottonate e chiuse al collo come le tonache dei preti e quindi immaginatevi che tortura nei mesi estivi doveva essere per quei ragazzi indossare tali abiti. Questo episodio il mio vecchio zio, ormai maresciallo in pensione da molti anni, fiero delle medaglie avute per meriti bellici e civili, me lo narrò in un pomeriggio del 1975 più o meno 70 anni dopo rispetto a quando accadde, mentre anziano e ormai indebolito sedeva su una poltrona inseguendo i ricordi di una vita piena di pericoli e di tanta struggente nostalgia! “Ci incamminammo di buon mattino -raccontava- con pistola al fianco, moschetto in spalla, bandoliera con annessa cartucciera (quel contenitore nero che ancora oggi i carabinieri hanno in dotazione, quantunque più piccolo), cappello ben calzato e tenuto dal soggolo al mento. La mulattiera che percorrevamo, arrampicandoci lentamente, ci faceva intravedere da lontano le quattro case del paesino che avremmo dovuto raggiungere e il solo vederlo così alto e lontano ci riempiva il cuore e le gambe di sgomento. Ma gli ordini sono ordini e allora, coraggio e avanti. Avevo pensato che Rosina, la donna che aiutava in caserma in cucina e nelle pulizie, avesse messo nello zainetto del collega acqua e panino, lui pensò altrettanto nei miei confronti e, conclusione, ci accorgemmo dopo un bel po’ di strada di essere senza acqua e senza nulla da mangiare. Coll'alzarsi del sole incominciò il tormento, sudore e sudore, il colletto della giacca, che era vietato slacciare (il contegno e l' aspetto dignitoso per il carabiniere sono sempre stati irrinunciabili) impediva qualsiasi sollievo e, ciò non bastando, il frinire delle cicale e i riverberi biondi delle stoppie del grano appena mietuto, moltiplicavano la sensazione di sete e di arsura che incominciò a tarlarci il cervello! Tuttavia, fermandoci ogni tanto sotto l'ombra di qualche albero per ritemprarci un po’, a Dio piacendo, dopo circa tre ore arrivammo alle porte del paesino. Mai, come in quel giorno, il nostro cammino era stato così solitario, non avevamo incontrato anima viva, né un pastore con i suoi animali, né una donna con il suo cesto in testa che portasse vivande agli uomini intenti al lavoro dei campi, niente e nessuno cui chiedere un sorso d'acqua. La vista del fontanile ci rincuorò e con le mani usate a mo' di coppa, finalmente ci “ingozzammo” di acqua freschissima, senza preoccuparci nemmeno di bagnarci la divisa che, con quel caldo, si sarebbe asciugata di lì a poco. Dissetati cominciò quel senso di debolezza che dopo ore di cammino annunciava fame, e che fame! Avevamo vent'anni o poco più. Ora a noi carabinieri era vietato recarci in una bettola o trattoria (non esistevano allora i bar) se non per servizio e quindi il problema della fame cominciò ad angustiarci profondamente . Eravamo consapevoli di non poter neppure accettare nulla da mangiare, qualora ci fosse stato offerto, perché ciò avrebbe poi condizionato il nostro lavoro . Alla fine ci rassegnammo e ci buttammo in una stalla quantomeno per recuperare un po’ di forze. Mentre giacevo supino, ripensando alle abbondanti e sugose pastasciutte che la mia povera mamma mi cucinava ogni volta che tornavo in licenza da lei, scorsi tra le travi un oggetto che somigliava a un mattone, mi incuriosii e alzandomi sulle punte dei piedi lo afferrai e lo tirai giù. Girandolo e rigirandolo tra le mani capii che era un residuo di pagnotta lasciato li chissà da quanto tempo, era infatti impossibile distinguere su di essa i confini del verde della muffa da quelli del nero di probabili antiche affumicature. Giovanni, il mio collega, mi osservava perplesso "né che vuò fa, t'aviss’ magnà chella schifezza!" (ehi, che vuoi fare, mica vorrai mangiare questa schifezza!). Giovanni era napoletano come me e certo mai avrebbe mangiato quell'accumulo di antichità alimentare! Ma la fame è fame! Mi alzai lentamente, tornai al fontanile e con il mio coltello cominciai una pulizia chirurgica di quell'oggetto che, un tempo, era stato pane bianco! Ripulitolo alla meglio lo affogai nell'acqua e quando incominciò ad ammorbidirsi rientrai nella stalla e ne diedi un pezzo a Giovanni. Prima con circospezione e diffidenza, poi sempre più ingordi, "sbranammo" quel pane quasi senza respirare! Nipote mio, sono trascorsi tanti anni da allora, e, credimi, non ho mai più mangiato un pane così buono! Il pane merita rispetto perché viene dal lavoro e dalla fatica, è sacro, non dimenticarlo mai!“ Noi oggi lo buttiamo perché “vecchio” di un giorno ! Speriamo di non dovercene pentire mai! Sarebbe una giusta punizione! Da Pisa, 27 dicembre 2012, Renato D`Angelo

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