Cerca

Risposta ad articolo di Nazzareno Carusi, apparso su Libero il 27.12.2012

Il prof. Carusi ha riportato su questo quotidiano alcuni dati sui Conservatori italiani in un articolo che risulta certamente efficace dal punto di vista giornalistico, ma non sufficientemente corretto per poter svolgere un ragionamento utile sullo stato dei nostri istituti di alta formazione musicale. Cito tre inesattezze. La prolificazione degli insegnamenti avvenuta con l’introduzione dei settori disciplinari (tre anni fa, sulla scia di quanto accade nell’università) non aumenta il numero dei docenti, né gli “ingrassa”, semplicemente perché gli insegnanti di Conservatorio sono rimasti gli stessi di prima della riforma ma sono chiamati ad insegnare più discipline. La riforma, va ricordato, è stata fatta e si sta facendo a costo zero, mettendo tutto sulle spalle dei docenti e dei Conservatori! I direttori non possono aver “inventato una nuova architettura di studi”, perché la legge non dà certo loro questa possibilità: quel che fanno (ed è questo il loro compito e dovere) è solo quello di applicare la legge, non fatta da loro, bella o brutta che sia. Privatisti: dietro a questo discorso, e bene dirlo, ci sono interessi economici che capisco qualcuno voglia tutelare. Va però ricordato che non esiste al mondo paese (compreso l’Italia) che all’interno del proprio sistema terziario preveda il rilascio a privatisti di titoli di livello universitario, spendibili come tali. Stupisce che un docente di Conservatorio come Carusi non colga la differenza tra qualità dell’insegnamento (dove non vige distinzione tra pubblico e privato perché la qualità dipende dal docente che, nel campo musicale, è un artista, ma non solo), e qualità del sistema formativo, del curricolo, che è data da una somma più ampia di fattori e di servizi resi allo studente e che solo un istituto professionale qualificato può dare. Non tutti i diplomati al Conservatorio faranno i “Pollini”, e nelle varie professioni che andranno a svolgere servirà probabilmente loro possedere una più ampia e moderna preparazione, acquisibile nei nuovi curricoli di studio pensati a questo. Certamente i Conservatori hanno molti difetti. In primis un sistema di reclutamento sostanzialmente da scuola secondaria e non confacente alle esigenze di un Conservatorio riformato, sistema che rimane tale nonostante siano passati tredici anni dalla riforma. Ma non può essere stata la riforma a causare questo, perché l’attuale classe docente è stata assunta per svolgere proprio le mansioni del vecchio Conservatorio, quello che nostalgicamente talvolta viene evocato. Esiste sicuramente un problema di aggiornamento della classe docente, ancora frastornata dall’avvento di una riforma che sostanzialmente non ha mai voluto e contro cui ha fatto resistenza finché poteva. Ma chi è mancato in questi anni di transizione non sono certo stati i Conservatori che hanno continuato a fare il loro dovere nonostante il lavoro interno si sia moltiplicato a sostanziale parità di personale e di stipendio (nell’a.a. 2012-13 esistono ben cinque tipi di ordinamento diversi da organizzare!). È mancata la politica, incapace di dare una visuale al sistema AFAM, o di dare fiducia a chi dimostrava di averla; incapace di dare strumenti ai Conservatori per potersi autonomamente sviluppare. E così si è impedito uno sviluppo naturale e coerente della riforma. Oggi ci ritroviamo una riforma ancora incompleta, ma già vecchia: gli ultimi rattoppi inseriti di straforo con gli emendamenti alla legge di stabilità 2013 cambiano poco! Sarebbe utile quindi che tutti coloro che hanno a cuore le sorti dei Conservatori diano una mano affinché i processi previsti dalla riforma vadano coerentemente in porto, anche per non vanificare il lavoro che tutti, compreso il prof. Carusi, hanno svolto negli ultimi tredici anni nei Conservatori stessi, per dare agli studenti una scuola migliore. Paolo Troncon Direttore del Conservatorio di Castelfranco Veneto

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Libero Quotidiano

Caratteri rimanenti: 400

blog