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Anche il Corsera sollevava subbi sulla legittimità dell'europeismo del Capo dello Stato

"Non dovrebbe esserci bisogno, non c’è bisogno, per esempio, di includere nell’ideologia ufficiale della Repubblica l’europeismo. Si può essere buoni cittadini, affezionati ai valori della democrazia e della Costituzione, e si ha diritto ad essere considerati da tutti come tali, anche se non si è pronti a giurare che l’avvenire dell’Italia è nell’Europa, ovvero che a Bruxelles si è costruito, o si sta costruendo, qualcosa di destinato a durare. Viene invece proprio questo sospetto - che ormai essere europeista (ed esserlo alla maniera che va per la maggiore) è un obbligo di ogni buon italiano - leggendo il primo discorso importante del presidente Napolitano dopo la sua elezione, pronunciato qualche giorno fa a Ventotene per l’anniversario della scomparsa di Altiero Spinelli, e dunque in ricordo del Manifesto federalista redatto nel 1941 da Spinelli medesimo insieme a Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, nell’isola dove erano tutti e tre confinati. Nel discorso di Napolitano l’europeismo non è più un «ismo» come altri, non è più una pur importante scelta politica in cui egli da tempo si riconosce e che ha caratterizzato la vita di una persona a lui personalmente cara come Spinelli, non è più un insieme di politiche, alcune delle quali palesemente fallimentari: no, esso diviene uno standard storico-morale superiore, una sorta di obbligo di coscienza, «un dovere non eludibile» da parte di alcuno, come egli stesso dice, innanzi tutto da parte delle «forze della cultura». Inutile dire che nelle parole del presidente le «rivendicazioni dell’interesse nazionale» non in armonia con tale standard sono per definizione «illusorie e meschine», frutto di «una stanca tentazione di ripiegamento», e che mostrarsi scettici verso «il progetto europeo» è solo «sterile». Parole che tanto più colpiscono - non si può fare a meno di osservare - se infine si pensa che chi le ha pronunciate ha militato per lunghi anni, ed è stato dirigente autorevolissimo, in un partito come il Partito comunista, che verso la costruzione europea fu a lungo molto sospettoso e spesso e volentieri la combattè senza mezzi termini. Naturalmente per giustificare simili affermazioni è giocoforza ricorrere a un’enfasi argomentativa che si presta a più di qualche obiezione in punta di fatto ... Poco conta dunque, come qualunque lettore può constatare facilmente, che il Manifesto si diffonda a lungo sul futuro socialista che dovrà stabilirsi sul continente europeo ... poco conta che in esso non si mostri alcun apprezzamento per la democrazia politica quale la intendiamo noi e quale la intende la nostra Costituzione; poco conta che nelle sue pagine si arrivi addirittura a prospettare la inevitabile necessità di una rottura rivoluzionaria e di una dittatura al posto della «preventiva consacrazione da parte dell’ancora inesistente volontà popolare». Poco importa tutto ciò, perché la sola cosa che conta è costruire quello che con un termine di Sorel si potrebbe chiamare un «mito politico», il mito dell’europeismo come coronamento della democrazia. Ma è compito del presidente della Repubblica, sia pure con le intenzioni più pure, costruire o alimentare «miti politici» da includere nell’ideologia ufficiale della Repubblica, i quali a loro volta sono destinati a venire a far parte dei parametri di legittimazione del suo sistema politico, cioè oggetto di scontro tra i partiti? Ognuno dia da sé la risposta." ("L'Italia e il mito europeista", Ernesto Galli della Loggia, Corriere della Sera, 26 maggio 2006)

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