Cerca

LETTERA APERTA AL PAPA

Santità, spero con tutto il cuore che Lei possa leggere questa lettera. Mio marito ed io, con i nostri tre figli, rappresentiamo la famiglia che tanto Le è cara: cattolici praticanti e seguaci convinti del messaggio evangelico di Gesù. Consideriamo i nostri figli un grande dono di Dio, però le Sue parole ci hanno rattristato: il nostro terzo figlio omosessuale, secondo Lei, “dà una nuova connotazione alla nostra famiglia.” Per fortuna aggiunge che “questi principi non sono verità di fede”. Ritengo che mio figlio omosessuale sicuramente è “uomo creato ad immagine di Dio, chiamato a crescere per edificare un mondo nuovo”. Immagino che dall’alto del Suo trono non possa capire cosa significhi essere omosessuale. Perché non lo chiede a noi genitori che viviamo insieme ai nostri figli il dramma della diversità così come la società ci impone di viverlo? Si è mai chiesto come vivono questi ragazzi e le loro famiglie? Con mio marito abbiamo fatto un grande lavoro interiore per abbattere tutti i pregiudizi e i preconcetti che ci impedivano di amare, educare e guidare serenamente questo nostro figlio che la società rifiuta. Siamo diventati soci fondatori dell’AGEDO (associazione di genitori ed amici di omosessuali) e come associazione stiamo portando avanti un progetto denominato “Arricchiamoci delle nostre reciproche differenze”; abbiamo incontrato ragazzi della scuola superiore e abbiamo toccato con mano il bullismo omofobico. Con l’aiuto di una psicologa abbiamo cercato di far capire ai ragazzi che la PACE è possibile solo se ogni persona ha la “pace interiore con se stesso e la pace esteriore con il prossimo e con tutto il creato… che la pace dipende dal riconoscimento di essere una famiglia umana … che la pace si struttura mediante relazioni interpersonali e istituzioni sorrette ed amministrate da un noi comunitario ove si riconoscono, secondo verità e giustizia, i reciproci diritti e i vicendevoli doveri…” . Incredibile! Sono le Sue parole e come può pensare che questo possa avvenire quando un ragazzo viene etichettato, rifiutato, ridicolizzato, emarginato, offeso, umiliato e spesso, molto spesso, incitato al suicidio? Lei sa che l’omosessualità non è una malattia né una scelta? Gli omosessuali sono se stessi e siamo noi a vederli “diversi”. In virtù di una dittatura relativista, neghiamo la loro identità e pretendiamo di cambiarla. Come si può conciliare questo comportamento con l’operatore di pace che “ricerca il bene dell’altro”? Negare l’esistenza di persone con un orientamento sessuale diverso dalla maggior parte delle persone è “un’offesa contro la verità della persona umana, una ferita grave inflitta alla giustizia e alla pace”. Le Sue parole diventano legge nell’animo di tanti nel mondo e stimolano la discriminazione e la violenza. Sono certa che il Suo intento sia ben altro, ma sia certo che quello che ho scritto corrisponde ad una verità tangibile che Lei stesso può verificare se scende in mezzo ai ragazzi spogliandosi della Sua autorità e del Suo potere. E allora, solo allora, capirà che una persona non può vivere serena se le vengono negati i suoi diritti sociali, non si può proporre e promuovere una pedagogia della pace se non si insegna agli uomini ad amarsi e a vivere con benevolenza nel rispetto delle diversità. Lei dice “… la pace implica azione, compassione, solidarietà, coraggio e perseveranza.” Come mai nega tutto questo agli omosessuali? Noi, come genitori responsabili e ricchi dell’amore di Dio, riteniamo che nostro figlio meriti tutto questo e lotteremo e pregheremo affinchè anche Lei un giorno possa comprenderlo. Continueremo a dire ai ragazzi che la dignità delle persone merita di essere rispettata a prescindere dall’orientamento sessuale, dalla religione, dalla razza, dalla malattia o da qualsiasi altra diversità. Siamo tutti diversi, ma uguali nella nostra identità sostanziale. Le sue parole sono pesanti come macigni nel cuore di quei genitori cattolici (e sono tanti!) che guardano il loro figlio e non riescono più ad amarlo come è giusto che sia. L’omosessuale si ritrova così isolato, confuso e rifiutato. Noi, come cattolici, abbiamo dimestichezza col Vangelo e Gesù ci invita ad amare tutti senza giudicare e condannare. Quando mi sono accorta di aspettare questo figlio, avevo quarant’anni e due figlie adolescenti, è stata una sorpresa, ma non ho pensato all’aborto, anzi ho deciso di accettare il dono che Dio mi aveva fatto rifiutandomi perfino di fare l’amniocentesi. Ho dato l’esempio alle mie figlie che la vita è sacra. E oggi Lei mi incita a pensare che Dio non accetta mio figlio nella sua integrità? Forse Lei non sa che per molti ragazzi omosessuali la discriminazione comincia molto presto, come è successo a mio figlio. Aveva detto agli amichetti che da grande voleva fare il ballerino e non gli piaceva il calcio; è bastato questo a dare inizio alla discriminazione. Ai piccoli si sono aggregati gli adolescenti e anche i più grandi a tormentare mio figlio…immagini quanto sia stato difficile crescere nell'autostima e nella serenità per lui! Mio marito, insegnante di religione, non soffre per l’omosessualità di suo figlio, ma perché la sua Chiesa, per la quale si è speso e si spende ogni giorno, lo fa sentire fuori luogo e fuori posto. Siccome anche noi ci auguriamo la pace nel mondo, La invitiamo a riflettere sul tema dell’omosessualità. Gli omosessuali nel mondo sono circa il 5% ( o forse il 10%, difficile dirlo visto che molti sono costretti all'anonimato) della popolazione mondiale e accanto ad ognuno di loro ci sono i genitori e tutti i componenti della famiglia che soffrono per le Sue parole e, alla luce di tutto ciò, penso che sia doveroso per Lei rivedere le sue idee. È impensabile, ma mi piacerebbe ricevere una Sua risposta.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Libero Quotidiano

Caratteri rimanenti: 400

blog