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COME RIDARE RUOLO AI GIOVANI

Come ben sappiamo i giovani rivendicano per sé un ruolo più decoroso nella società di oggi, che però il sistema cosiddetto capitalistico non è in grado di offrire. Quali le cause e quali i rimedi? A mio avviso il problema sta nelle regole che ci siamo inventati e che ritardano sempre di più l'età in cui, attraverso il lavoro, ci si costruisce un proprio ruolo sociale, si acquisisce un'indipendenza economica e, con essa, la capacità di portare avanti progetti per il proprio futuro. Iniziando a lavorare sempre più tardi, i giovani garantiscono alle casse dello Stato un gettito sempre minore: in tal modo si genera un circolo vizioso. Infatti lo Stato, che riceve sempre di meno attraverso il lavoro giovanile e si ritrova con sempre minori risorse economiche, è costretto a ridurre il numero dei suoi dipendenti e a ridurre progressivamente i servizi sociali erogati. E' quello che abbiamo visto e stiamo tuttora vedendo con i tagli alla scuola, alla sanità, oppure ad altri servizi essenziali che lo Stato, diventato più povero (o, se vogliamo, vieppiù ipotrofico), ha ceduto in gestione ai privati: è successo con le poste, le autostrade, le ferrovie, acqua, luce, gas, eccetera, non sempre con gran beneficio per il portafoglio dei cittadini. Lo Stato, notevolmente dimagrito, offre dunque sempre meno posti di lavoro. Ad aggravare la situazione, i privati spostano sempre di più il lavoro all'estero, smantellando così di fatto parte della nostra industria e riducendo ulteriormente i posti di lavoro. Come se ciò non bastasse, anche le normative che ci siamo dati in ambito scolastico ci castigano ad ogni piè sospinto. Infatti, in seguito al progressivo degrado scolastico degli ultimi decenni, che ha subito una formidabile accelerazione con la scellerata riforma D'Onofrio (abolizione degli esami di riparazione con conseguente inevitabile diffusa asinificazione), la laurea è diventata obbligatoria per lavori per i quali in passato non era necessaria né prevista, dal momento che la scuola media superiore non garantiva più una preparazione ritenuta adeguata, ovvero degna di questo nome. Oggi l'Università è diventata in molti casi una sorta di scuola dell'obbligo, cosicché i tempi di apprendimento si sono dilatati a dismisura. Si sono battuti in pochi anni tutti i record mondiali, riuscendo a creare quasi seimila corsi di laurea, spesso presso Università create dal nulla, dando a tutti l'illusione di poter svolgere un tipo di lavoro per il quale in passato occorreva essere laureati. Così evidentemente non è e non può essere, poiché il numero dei laureati eccede largamente la richiesta e d'altra parte sono tuttora molti i lavori di cui la società non può fare a meno e per i quali non è indispensabile un diploma universitario: in effetti servono ancora gli idraulici, gli elettricisti, i meccanici, le badanti (ma anche i badanti), e via dicendo. Dopo aver conseguito una laurea inflazionata, molti attendono invano un lavoro compatibile, che però non arriva mai o, se arriva, garantisce una precarietà per tempi indefiniti. E' difficile in queste condizioni per i giovani formarsi una famiglia ed avere dei figli. Così come, loro malgrado, essi contribuiscono poco al pil nazionale, altrettanto poco contribuiscono alla natalità. Le "giovani" donne si vedono costrette a rimandare la maternità sempre più verso l'età limite concessa dalla biologia umana o anche oltre e, se va bene, si ritrovano a essere mamme ad un'età in cui in passato si era già nonne. Il risultato finale viene ad essere un figlio per ogni coppia di genitori quasi nonni, cioè un rapporto di 1 a 2 tra una generazione e la successiva. Detto in altri termini, si ha un dimezzamento della popolazione italiana ad ogni generazione. Gli anziani invece aumentano, come pure le spese statali per le pensioni, che gravano ovviamente sui soggetti occupati in età lavorativa, il cui numero è sempre più ridotto sia per la cronica denatalità, sia per l'entrata sempre più tardiva nel mercato del lavoro, sia per la precarietà del lavoro. Che rimedi adottare? Sicuramente più d'uno. Io comincerei ripristinando un ordinamento scolastico che desse garanzie di conferire una maggiore preparazione in tempi più brevi, ridando valore ai diplomi di scuola media superiore, che restituisse una maggiore coerenza ai corsi di studio universitari e che consentisse una efficace selezione meritocratica, tale da ridurre il numero dei laureati a quello che il mercato può effettivamente assorbire. L'attuale parcheggio universitario è una presa in giro per gli studenti e le loro famiglie, che fanno sacrifici per essere ripagati con un pezzo di carta che in molti casi finirà per tradursi in una sorta di zavorra ai fini dell'ingresso nel mercato del lavoro, con danno dunque anche economico. A mio avviso i laureati dovranno essere più giovani, più preparati, più selezionati. Ridando maggiore serietà alla scuola, si potrebbe restituire al diploma di scuola media superiore il valore che aveva in passato. Serve poi, chiedo scusa se è poco, una vera e propria rivoluzione culturale, che restituisca dignità a lavori oggi ingiustamente disdegnati dai nostri giovani figli unici e che invece potrebbero essere fonte di soddisfazione maggiore rispetto ad altri ritenuti "di concetto", che poi tanto di concetto non sono. Serve copiare le politiche di altri Paesi europei a sostegno della natalità: asili nido, magari gestiti dalle famiglie con contributi statali, o presso i luoghi di lavoro, incentivi per i datori di lavoro intesi ad evitare il licenziamento delle lavoratrici incinte, maggiore compatibilità tra orari di lavoro e impegni familiari, agevolazioni fiscali per le famiglie con prole, con l'introduzione del "quoziente familiare", ovvero della tassazione sul "reddito equivalente", una campagna televisiva intesa a rivalutare la famiglia e forse altro ancora. Tutto ciò è possibile, anche se non può essere realizzato in un istante: la strada non è però ancora stata imboccata e tutto lascia pensare che si sia ancora molto lontani dall'imboccarla. Con i più cordiali saluti.

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