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In morte della Montalcini

In morte della Montalcini All’indomani della sua morte, colgo l’occasione per approfondire l’insanabile dissidio tra religione e scienza, che, temo, anche l’“atea” Rita Levi Montalcini avrà vissuto nei suoi laboratori. Dalle dichiarazioni rilasciate si evince la sua difficile posizione, un po’ garantista e un po’ equivoca, verso due valori tra loro conflittuali: la ricerca scientifica e la morale. A riguardo è nota la sua sconcertante e appassionata guerra allo “scimpanzuomo” di alcuni anni fa. La questione della morale è centrale nell’identità atea. Spesso ne parlo con gli amici dell’UAAR (Unione Atei Agnostici Razionalisti) di Varese e insieme scopriamo che non si può definirne una. A riguardo già c’azzeccò Dostoevskij, che negava ogni fondamento etico una volta tolto il divino. In effetti, ogni morale si fonda su una qualche fede, che a sua volta postula gratuitamente o emotivamente un presunto dualismo del bene (Dio) e del male (Diavolo), originando le culture con le loro leggi. Tante religioni, tante fedi e dunque tante morali: la cristiana, l’islamica, l’induista ecc. Ma qui sorge l’empasse dell’ateismo, giacché la negazione di Dio fonda ancora su una fede. Infatti, si può solo credere (non si dimostra) l’assenza di Dio, da cui la cosiddetta “fede atea” (Margherita Hack docet). Ma questo è un guaio, perché da cotanta fede non si riesce a derivare la relativa morale, come avviene per le altre. Come mai? Una soluzione è che escludere Dio vuol dire cancellare i valori che su quel concetto fondavano (Nietzche) e non si conosce a tutt’oggi alcun altro valore etico universale avulso da qualche religione. Anche l’atteggiamento di taluni atei di “fare o non fare al prossimo quello che …” non sembra esattamente ateo, ma semmai di chi condivide i valori cristiani ma poi vive “etsi deus non daretur (come se Dio non ci fosse)”. Così più che ateo è un cristiano senza Dio, cioè un paradosso. Eppure un estremo guizzo “laico” resiste: è il desiderio della verità, ineliminabile nell’uomo e declinabile in voglia di senso e in ricerca continua e disperata della spiegazione incontrovertibile ed esaustiva del tutto. Se questa smania permane, può sussistere una sorta di morale, che, più che essere atea, è semplicemente problematica, scientifica e completamente scevra da vincoli religiosi. Una morale che non sostituisce Dio con l’uomo, come farebbero taluni atei umanisti o immanentisti, ma che ritiene tutto l’essere (uomo e Dio compresi, almeno come concetti) “funzionale” alla verità. Tale estrema morale è in fondo quella cinica e asettica dello scienziato puro, pronto a pensare e a fare di tutto per capire tutto. L’esperimento allora non dovrà più soggiacere a una qualche morale pregiudiziale, ma rispondere solo alla sua fattibilità contingente. Clonazione e vivisezione animali o umane e ogni altra azione oggi spaventevole, diventerebbero lecite se non necessarie e prescinderebbero dall’utilità o liceità morale a eseguirle. Saremmo giunti alla vera Ricerca, quella libera e totale. Potrà sorprendere ma dobbiamo ammettere che la scienza non ha sinora avvallato un solo grammo di morale, giacché esistono tante spiegazioni scientifiche, ma nessuna “giustificazione etica”. Ad arginare tale deriva fredda, potenziale e utilitaristica hanno da sempre provveduto le religioni, che, pur al tramonto, stanno involontariamente lasciando la loro eredità morale ormai del tutto secolarizzata. La morale di quella futura scienza sarebbe proprio l’assenza di morale, giacché questa pare la condizione estrema ma necessaria per la verità, che, si badi bene, non è solo buona, bella e giusta ma anche cattiva, brutta e ingiusta ma, in una parola, vera. Ma questa scienza, autentica perché amorale, del tutto indifferente e possibilista anche con Dio, più che atea sarebbe essenzialmente agnostica. Onore al merito. guido.martinoli@libero.it

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