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IL POSTO E’ VUOTO SUL BANCO DEGLI IMPUTATI

Sono i fatti di cronaca sempre più numerosi e inquietanti a imporci una discussione sul disagio giovanile, sulla devianza che trasforma gli atteggiamenti, sulla violenza usata come grimaldello alla pazienza che non c’è più. Oppure è proprio il suo contrario, cioè quella pratica neanche tanto celata per cui non se ne parla, non si sente la necessità di allargare l’indagine, in quanto sequenze drammatiche del tutto “normali e controllabili”, fisiologiche a una società complessa come la nostra. Sarà anche così, nel frattempo la più bella età perde i pezzi, inesorabilmente cede metri importanti al raggiungimento della bellezza di ogni creatività, immaginazione, idealità. C’è stato un tempo in cui farsi uno spinello, usare e abusare di sostanze, era la risposta a un’intollerabile conformità elevata a regola, la trasgressione era la droga, viatico obbligato dalla protesta, la contestazione un’idea vissuta ideologicamente, di generazioni sacrificate, lasciate fuori senza battere ciglio, alla mercè di bandiere ingarbugliate dai tanti cuori traditi. Oggi siamo nel terzo millennio delle pagine bianche, delle righe che non hanno segni, della paura di scrivere e leggere, delle ansie che alle uscite di emergenza sostituiscono le prevaricazioni e le violenze, la fregatura di una passione colpita alle spalle. Potrebbe esserci in atto una sovraesposizione, non esiste davvero il pericolo che i giovani si chiudano in un mondo che non c’è, forse la ricerca della verità non è dentro i comportamenti più estremi e aggressivi, forse in quegli accadimenti di cronaca ripetuta, di demolizione dell’amore e del futuro ancora da conoscere, c’è piuttosto un assente importante, un posto vuoto sul banco degli imputati, non prende posto perché autorizzato a non accettare alcun carico, ben riparato e protetto dalla responsabilità penale sempre individuale che disconosce quella collettiva, sociale, morale. E’ questa inadeguatezza che induce a lasciare fare, a lasciare correre, a lasciare passare quel malessere che mina alla base le esistenze più fragili, senza disdegnare quelle più mature e falsamente al sicuro dalle intemperie emozionali. Veri e propri reati di quantità e di qualità, dove all’iniziale sprovvedutezza si è sommata senza troppi scossoni delle coscienze, la trasformazione di un fenomeno bullistico in un vero e proprio stile di vita. Occorre interrogarsi non tanto sul sistema sanzionatorio che funziona e non manca di intervenire, piuttosto se il vero agente del reato continua a indossare la maschera dell’innocente, e se l’imputato è latitante, in fuga continua, persistentemente alla ricerca di attenuanti, di giustificazioni, di cavilli più o meno salvifici. In questo percorso lastricato di storie strappate, che feriscono il presente, minacciando il domani, la famiglia rimane schiacciata dal proprio disimpegno, lontana dalle dinamiche educative, che invece necessitano di investimenti urgenti per non risultare drammaticamente complici di un atteggiamento improntato all’avere e al possedere, persino il sentimento dell’amore, che invece non ha vicinanza con alcun possesso di comodo. Amare significa imparare a educarci alla nostra cura, nell’amore, affetto, attenzione, quali unici combattenti credibili a sconfiggere questo malessere diventato sociale.

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