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Non c'è posto per gli indipendenti

E così ci siamo arrivati. I giochi sono fatti. Le liste (dopo settimane di sofferte consultazioni di palazzo) sono state rese note. La mancata candidatura di Enrico Musso alle prossime elezioni offre lo spunto per alcune considerazioni su quanto sta accadendo in questi giorni nel “bel paese” che, a onor del vero, politicamente parlando, di bello ha ormai ben poco. La prima sensazione è quella di essere tutti un po’ meno rappresentati e di aver perso l’ennesima occasione di far bene, se un economista valido come Enrico Musso non potrà essere in Parlamento a dare il suo contributo e a dare voce a Genova e ai suoi molti problemi. Lo spettacolo non sempre decoroso che stanno offrendo in televisione i candidati ha alimentato il mio convincimento che oggi un indipendente ha – nella migliore delle ipotesi – vita dura di fronte alla supremazia dei partiti forti. Chi pensa con la propria testa e rifiuta di sottomettersi è evidentemente una persona “non gradita”. Le voci fuori dal coro, di cui i cittadini sentono un grande bisogno, vengono sistematicamente messe da parte e sacrificate in nome di logiche di partito e liste bloccate e prenotate dai soliti noti (in base alla squallida logica del “do ut des”) non certo per merito. E le rare volte che troviamo nomi diversi dai consueti apprendiamo (non senza disappunto) che si tratta di personaggi che dai soliti noti sono sostenuti, per motivi di amicizia, interesse o logiche di partito che sfuggono agli italiani “brava gente”. Già, perché l’uomo della strada proprio non riesce a capire il motivo dell’esclusione o penalizzazione di persone evidentemente capaci e che hanno idee nuove solo perché non gradite a questo o quel partito o movimento, sulla cui candidatura ha messo il veto. Analogamente, al di fuori dei tempi previsti per legge dalla par condicio, appare evidente che gli spazi televisivi e di comunicazione riservati ai candidati sono ben lungi dall’essere proporzionati. E ricadiamo ancora lì, sull’assenza del merito, l’unica lista assente dal novero delle 215 presentate, molte delle quali inutili e a dir poco surreali. I candidati portati in trionfo invece parlano e parlano moltissimo, ma solo in maniera autoreferenziale: si avvitano per ore su se stessi impegnandosi a fondo nel bieco gioco “indovina chi ha creato la crisi” e a demolirsi a vicenda mentre l’Italia che affonda grida – inascoltata – tutta la sua disperazione. Non sarà semplice quest’anno recarsi alle urne e non solo per la frammentazione delle proposte elettorali ma soprattutto perché si ha la netta sensazione che molti nomi validi, che davvero avrebbero potuto fare la differenza, non li troveremo in lista. È questa l’Italia che vogliamo e che ci meritiamo? Io dico di no. Gioia Caracciolo

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