Cerca

monte paschi

Egr. Direttore, sono stato fino al 2008 responsabile regionale della Falcri , Federazione autonoma del credito, per tutti gli istituti di credito isolani, alla quale aveva aderito una confederazione sindacale sarda (C.S.S.), per esigenze di rappresentatività sindacale nell’isola. La situazione gestionale del più importante istituto di credito dell’isola, come noterete da alcuni articoli allegati, nel 1999 non era diversa da quella del Monte Paschi di Siena di oggi. Dopo la trasformazione da ente di diritto pubblico, nel quale i partiti si spartivano il potere, una volta privatizzati gli Istituti sulla carta, i politici vecchi e nuovi fecero fronte comune con le fondazioni, che possedevano la maggioranza azionaria di riferimento, per mantenere il controllo o potenziarlo come prima. Ai vecchi potentati democristiani di sinistra targati ormai Pd, si aggregarono, il nuovo, si fa per dire, gruppo dirigente della sinistra comunista. Tutti insieme, accomunati solamente sulla spartizione del potere all’interno di queste banche, con la benedizione della Triplice sindacale. Un connubio nato tra la dirigenza e le forze sindacali, forse all’inizio dettato dalla necessità di una illusoria pace sociale, sfociata in un reciproco scambio di favori, che accomunava ed accontentava entrambi. Oggi all’interno dell’Istituto non vi è incarico o scatto di carriera, che non venga gestito in modo spartitorio, in cambio d’assenza di conflitti sindacali. La Falcri, che in quei tempi, faceva parte del cosiddetto “primo tavolo” insieme alle sigle sindacali maggiori, fu espulsa da questo contesto poiché si rifiutava di prestarsi a manovre di questo genere, in quanto penalizzanti per l’Istituto e di conseguenza anche per i dipendenti, oltre che per la credibilità del sindacato stesso. Per questo uscimmo dalle trattative contrattuali del 1998 a livello nazionale, purtroppo poi firmate dalle sigle sindacali rimanenti, che ha cancellato tutte le conquiste raggiunte dalla categoria, fino a quel momento. L’istituto sardo fu poi venduto alla Banca Popolare Emilia Romagna, nonostante noi fossimo più propensi ad una cessione di quote di minoranza al Bna Ambro e così le forti sponsorizzazioni politiche, più che quelle strategiche ebbero la meglio. I dirigenti provenienti dalle università emiliane, la Cgil e la succube Cisl, insieme alla Uil, con la scusante della peculiarità territoriale dell’istituto modenese, fecero il resto. Un gioco strategico gestito dai soliti noti. Il Pd appoggiato dal sindacato rosso, spalleggiati dalle Coop, azionisti dentro la Bper e dulcis in fundo l’Unipol, che ogni tanto faceva capolino. Cose risapute dai più, ma che solamente pochi coraggiosi denunciano. E’ ora che chi va al governo, stabilisca regole ben precise per queste associazioni, che camuffate da aziende no profit, si stanno espandendo in modo mafioso nel nostro paese e con i soldi dei contribuenti.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Libero Quotidiano

Caratteri rimanenti: 400

blog