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SCANZI VS MUSSOLINI: MORTO IL FASCISMO, GLI SOPRAVVIVE L'ANTIFASCISMO

Gentile direttore, sarò prolisso, ma lei sarà gentile a tal punto da sapermi perdonare. L’eroe odierno si chiama Andrea Scanzi, professione giornalista, scrittore e sommelier (si immagini quale dei tre mestieri gli venga meglio). A proposito di quanto accaduto stamane a “L’aria che tira”, e cioè a proposito della sua (di Scanzi) consacrazione, mi chiedo quanto ancora debba protrarsi l’inoculazione di un antidoto – quello dell’antifascismo – in sovradosaggio e ritardo rispetto ad un veleno “estintosi” settant’anni or sono. Mi chiedo quanto ancora debba permanere l’eterna difensiva resistenziale, la cui congrega vanta, nelle sue fila, la presenza degli indignati a orologeria: uomini in perenne attesa dell’esternazione (anche solo vagamente) filofascista da cui dissociarsi a gran voce, per poi proclamare il “crucifige!” ai danni del reo imprudente. Beninteso: l’uscita del Cav. è stata quantomeno inappropriata, più che per i contenuti – taluni storicamente comprovati, talaltri eccessivamente edulcoranti – per il contesto, il più inadatto ad una rivisitazione storiografica, specie se le esigenze di sintesi ti obbligano a semplificare qualunque cosa tu dica, così da fare la figura tipica del nostalgico di quart’ordine (quello sempre pronto a ribadire che «quando c’era lui si dormiva con le porte aperte»). Insomma, mettersi a fare distinguo sul fascismo, durante la Giornata della Memoria, è del tutto fuori luogo. Ma il punto non è questo, o perlomeno, non lo è più. Il punto è che gli “indignati a orologeria” di cui sopra (politici e giornalisti), piuttosto che esprimere la loro compartecipazione emotiva alla memoria dei trucidati, avantieri, hanno preferito polemizzare, indirizzare le loro parole all’infelice uscita di B., alimentandone la portata fenomenologica al punto da porre in subordine la commemorazione alla dichiarazione. Non sussiste più nemmeno l’alibi per cui «si tratta del premier, colui che rappresenta gli Italiani», ipoteticamente valido a giustificare l’anteposizione di quanto da lui dichiarato al ricordo delle vittime. Esiste semmai chi sostiene che stigmatizzare i carnefici – o i suoi eventuali apologeti – è il miglior modo per rendere omaggio alle vittime: se non fosse che, vista l’entità delle reazioni, visto il polverone, il tutto somiglia più ad una strumentalizzazione che ad una effettiva presa di coscienza contro chi si è irragionevolmente sbilanciato. Curioso osservare, in seconda istanza, che mentre la tanto encomiata Merkel ha parlato di «responsabilità perenne DEI TEDESCHI (di tutti, non di uno solo, ndr)», dalle nostre parti si elude con maestria qualunque mea culpa collettivo, preferendo piuttosto addossare le colpe di ogni esecrabile provvedimento razziale al solo Mussolini, che pure godeva di un consenso abnorme: salvo poi decadere e determinare che tutti si scoprissero partigiani retroattivi (cioè: per quanto la “conversione” si fosse manifestata al novantesimo, tutti furono dissidenti dall’inizio della partita). Detto tutto questo, evito di partecipare a questo gioco al massacro (per di più sulla pelle dei massacrati), e di rammentare quanto siano impunite e taciute (storicamente) le stragi post-liberazione, di quanto siano violenti e solerti, i “guardiano del faro”, a screditare chiunque tenti di tirar fuori dall’oblio vicende meritevoli di essere narrate, per quanto occultate dai libri di storia (il nostro Giampaolo Pansa potrà esprimersi, a tal proposito); evito di partecipare a questo gioco al massacro, appunto, e di sottolineare l’ipocrisia di chi celebra con solennità la Giornata della Memoria per poi difendere Hamas nel resto dell’anno. Detto tutto questo, piuttosto, prendo atto di quanto siano sgradevoli i postumi di una polemica già vecchia di due giorni (…a dire il vero, di almeno trent’anni): e giungo al duello di stamane fra A. Scanzi e A. Mussolini. Non propriamente un duello: lui, da lei interrotto durante la sua invettiva nei confronti dell’ex premier, l’ha contro-incalzata spiattellandole con orgoglio che «di Benito Mussolini non ho alcun rispetto, cara signora, alcun rispetto. Io ho rispetto di Gobetti, di Matteotti, e di tutte le persone che sono state devastate da suo nonno, di sicuro non di lei o di suo nonno». Ecco, ci sorprende scorgere una tale verve provocatoria in Andrea Scanzi, un personaggio di prosa e prossemica (televisiva e teatrale) encomiabili, una penna sempre sulfurea ma sempre elegante, che pure non perde occasione per cucirsi addosso la solenne coccarda di antifascista, manco fossimo nel '44, o manco non fosse – lui – intelligente a tal punto da comprendere l’inadeguatezza (l’anacronismo, la piattezza) di una posizione simile nel 2013: posizione che, a dirla tutta, meglio si addice al tipico sedicenne pseudo-anarchico, il quale, informatosi approssimativamente dei (ne)fasti della dittatura, si infiamma e si diverte a pogare sulle note di "Rigurgito Antifascista", per poi graffitare la A cerchiata su ogni dove («troppo sclero, raga! Abbasso gli sbirri!»). Ad ogni modo, perché un simile abbandono del galateo e dell’autocontrollo che dovrebbero caratterizzare qualunque sommelier (categoria alla quale Scanzi appartiene) e che, appunto, hanno da sempre caratterizzato Scanzi, persino quando s’è trovato a duellare col vostro Filippo Facci, acerrimo nemico suo e della testata per cui scrive? Che fosse uno sfogo fintamente autentico, finalizzato a magnetizzare le simpatie e gli attestati di stima di quel paese – palpabile – scolarizzato a sufficienza da poter condannare il fascismo ma non abbastanza da poter percepire gli eccessi dell’antifascimo? («in Italia esistono due tipi di fascismo: – scriveva Ennio Flaiano – quello propriamente detto e l’antifascimo»). Che abbia puntato sulla manifesta suscettibilità di A. Mussolini, e con un "gancio ambivalente" – una provocazione, cioè, relativa alla sfera politica e a quella più specificamente affettiva – abbia ottenuto quanto premeditato, e cioè la vittoria a tavolino (chi batte l'avversario determinandone la fuga "vince" più di quanto non vinca chi lo mette al tappeto)? Dubbi, o forse semplicemente ipotesi dietrologiche, perché – forse – A. Scanzi ha fermamente detto ciò che ha detto semplicemente perché lo pensa davvero: così fa credere il fatto che da un intero pomeriggio, sui social network, ribadisce il tutto e recepisce con orgoglio note di merito e solidarietà – vittimismo mode on? – e, più palesemente, così fanno credere i precedenti. Così è, se vi pare. In qualunque caso, per quel che vale (sicuramente poco o niente, ai suoi occhi), il mio è un attestato di disistima, e le motivazioni leho appena enunciate. Lui è invece orgoglioso della caratura (e dell’originalità, mi permetterei di aggiungere) delle sue tesi. È democrazia, e mi dichiaro felice del fatto che ognuno possa pensarla come vuole (lo scrivo onde evitare che qualcuno lo puntualizzi ai nostri danni). Spero di aver espresso approssimativamente quanto domani G. Pansa esprimere sicuramente meglio. P. S. Parlo anche riferendomi a precedenti passati: Scanzi, su twitter, concede risposte e visibilità solo a chi lo encomia (o a chi lo provoca polemicamente: così da spiccare come tollerante e intelligente) e non a chi, come lo scrivente, gli rivolge delle critiche costruttive e non provocatorie. Grazie dell’attenzione. E complimenti per il lavoro che fate. Sono un vostro lettore più che abituale.

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