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NIENTE DI NUOVO SOTTO LA BARBA

NIENTE DI NUOVO SOTTO LA BARBA Fuffa. Depistaggio. Lana caprina. Non mi interessa. Non voglio parlare e non vorrei sentir parlare di cosa farà Antonio Ingroia una volta terminata (semmai inizierà) la sua carriera politica. Ad ora non mi interessa se rientrerà in magistratura, perché non si è dimesso e perché ha invece chiesto l’aspettativa. Il problema, ora, è un altro: cosa è successo finora! Cosa faceva Antonio Ingroia nel Palazzo di Giustizia di Palermo? Il magistrato? Oppure il politico? Cosa faceva Antonio Ingroia quando, da pubblico ministero icona dell’antimafia, istruiva i suoi processi? Indagava o cercava di stendere un red carpet per una sua prossima e trionfale discesa (sì, discesa in questo caso!) in campo? A me la risposta sembra alquanto scontata quando, scorrendo le liste di “Rivoluzione Civile”, ci ritrovo nomi del calibro di Oliviero Diliberto e Paolo Ferrero. Che, nonostante il passo indietro (nessuna comparsata televisiva) e il restyling (nessuna falce e martello, neppure sul sito o nei simboli) sono stati e restano, guarda un po’, i figli del Partito Comunista. Di quello più intransigente, che non ha accettato i compromessi, le trasformazioni e le metamorfosi che altri, plasmandosi sui tempi che cambiavano e lo imponevano, hanno accettato. Non c’è da stupirsi d’altronde. Perché Antonio Ingroia la sua appartenenza politica l’aveva già manifestata. Senza lasciare troppi dubbi. Lo ha fatto il 30 ottobre 2011. Quel giorno il procuratore aggiunto di Palermo ha pronunciato le seguenti parole, testuali: “Io confesso che non mi sento del tutto imparziale. Anzi, mi sento partigiano”. Partigiano della Costituzione, certo. Ma quello slogan, enunciato al congresso dei Comunisti Italiani, con alle spalle falce e martello, spiattellati su sfondo rosso, davanti a una platea di nostalgici in delirio, non lascia spazio a molti dubbi interpretativi. Un gesto che gli è costato (udite udite) un giudizio di “inopportunità” dal CSM, il Consiglio Superiore della Magistratura, l’organo preposto a garantire l’autonomia della Magistratura. Niente trasferimento per incompatibilità. Niente inserimento nel fascicolo del dott. Ingroia per non lasciare macchie nelle prossime valutazioni disciplinari. E le valutazioni politiche? E quelle etico-deontologiche? Nulla da ridire sulla candidatura di Antonio Ingroia. Per carità, nessuno ha intenzione di intaccare i diritti di elettorato “attivo e passivo” (motivazione brandita dall’ormai ex-pm). A questo punto, però, niente può più salvarlo dall’accusa di essere di parte (comunista, a giudicare dai compagni d’avventura). E siccome “di parte” non ci sveglia da un giorno all’altro, la pura logica consente di dedurre che di parte lo fosse già dai tempi dei processi, delle istruttorie, dei fascicoli e delle indagini. Due domande più che legittime non possono non ronzarci in testa. La prima: che fine ha fatto il sacrosanto principio della divisione dei poteri, base di ogni democrazia moderna? La seconda la potremmo dedurre e rigirare da quella bassa affermazione pronunciata dal “nostro” qualche giorno fa: “Mi basta sapere cosa pensava di lei Paolo Borsellino”, riferendosi a Ilda Boccassini. Viene da chiedersi: cosa penserebbe Borsellino invece di lui? di Massimo Martini

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