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Cagliari Gennaio 2013 Pietro Meloni Padri separati, il nuovo dramma a Cagliari: "Non ho un letto dove dormire" monolocali per i disagiati e con meno spesa". Questa la proposta di Pietro Meloni, un padre separato che racconta alla redazione la sua storia tra disagi e mille difficoltà e si appella al comune di Cagliari con una lattera inviata all'assessore alle Politiche Sociali Susanna Orrù.. La schiera dei padri e dei mariti separati, con problemi economici e con grosse difficiltà per il mantenimento dei figli e di'un'abitazione, è diventata negli ultimi anni una vera e propria emergenza sociale, "I piccoli appartamenti per i padri separati e disoccupati ultracinquantenni? Si potrebbero realizzare specialmente nel capoluogo, alla quale però le isitituzioni prestano ancora poca attenzione."Ho lavorato per vent'anni presso un sindacato, ci racconta Luca- nome di fantasia- che nonostante i miei numerosi solleciti richieste nel corso degli anni non volevano rinnovarci il contratto sino al 2008 che mi son rivolto all'ispettorato del lavoro il quale gli ha obbligato al rinnovo. Io ero già licenziato dal 2005, dopo aver chiesto una riunione tra il Presidente ed i dipendenti tranne il Direttore ( carnefice ): in quell'occasione illustrai la situazione riguardo all'attegiamento del Direttore, che si comportava in modo scorretto e prepotente. Il tutto all'oscuro del Direttivo, ma nonostante ciò il Presidente lo difese a spada tratta. Dal giorno cominciò il mobbing, con azioni indescrivibili. Negli ultimi sei anni mi sono assentato spesso a causa di una depressione che mi ha procurato un'invalidità al 50% con tre perizie che confermavano il mio disagio lavorativo. Ad oggi mi ritrovo da quattro anni disoccupato e con i miei 55 anni ho molta difficoltà a trovare lavoro, e, come se non bastasse ho perso anche la famiglia. Ora mi trovo ospite sgradito e in una situazione che non mi aiuta per la mia serenità e guarigione. Da tre anni dormo per terra, dentro un sacco a pelo, senza un letto. Chiedo solo un'abitazione per riavere la mia dignità, almeno sino alla fine delle cause che da quattro anni sto combattendo contro il sindacato per mobbing e contro l' I.N.A.I.L. Credetemi non ho più voglia di combattere e vedermi umiliato anche per via della mia invalidità, perché oltre al disturbo della mancanza di appetito, urlo nel sonno nonostante siano passati quattro anni dal licenziamento. Ecco perché chiederei alle istituzioni di darmi una mano per uscire da questa precaria e insopportabile situazione. Mi auguro che abbiate preso con seria attenzione la mia vicissitudine anche se incredibile". L'appello di questo padre disperato è il simbolo di tutta la schiera di uomini separati sempre più in difficoltà in questo periodi di crisi, che devono pensare al mantenimento dei figli e a una nuova sistemazione, con tutte le difficoltà economiche e anche sociali che questa situazione comporta. La proposta di Luca potrebbe risolvere la vita a tantissimi che oltre ad aver perso la famiglia, a vivere separati dall'affetto dei figli, hanno anche perso la possibilità di poter andare avanti con dignità. (bravo Giovanni Dore, con la spesa preventivata per il rinnovo quartiere si potrebbero riqualificare la migliaia di case tenute sfitte o fatiscenti solo in attesa che cadano per sorgere palazzi, anzichè preoccuparvi dell'emergenza di alloggi per la vera emergenza abitativa compreso la suddivisione di grandi appartamenti per far posto ai monolocali per i padri separati che non sanno più dove dormire.) Una protesta di padri separati + Il dramma dei papà clochard “Per pagare gli alimenti ci siamo ridotti in povertà” niccolò zancan opinioni Quei papà privati del diritto all’afffetto carlo rimini La Corte di Strasburgo: “Non viene fatto tutto il possibile per permettere loro di vedere i figli” sara ricotta voza milano Raffica di condanne all’Italia, in un solo mese, da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo. Dopo le dure sentenze sul sovraffollamento delle carceri piombate nei primi giorni del 2013, ieri ne sono arrivate altre due. Una riguarda ancora la violazione dei diritti di un detenuto, l’altra «la violazione del diritto al rispetto dei legami familiari» di un padre separato. Quest’ultimo, dopo la separazione, non ha potuto incontrare regolarmente la propria figlia per oltre sette anni nonostante così fosse previsto negli accordi. La madre, infatti, aveva ottenuto l’affido esclusivo della bambina ma il tribunale di Roma aveva poi deciso che il padre potesse vederla due pomeriggi alla settimana, un weekend su due, sei giorni a Natale, tre a Pasqua e dieci durante le vacanze estive. Ma tutto, a detta del padre, sarebbe rimasto lettera morta, perché in un mese non sarebbe riuscito a vedere la figlia se non per pochi minuti e sempre in presenza della madre o dello zio materno. E questo all’inizio perché le cose, poi, sarebbero solo peggiorate. Quando l’uomo ha iniziato la sua battaglia per vedere rispettato il suo diritto di visita la bambina aveva 2 anni, oggi ne ha 12. Anni importantissimi per stabilire con un figlio una relazione stabile, che l’uomo non ha quindi potuto costruire nonostante i tanti ricorsi fatti e le relative sentenze ricevute da vari tribunali. Sentenze che gli hanno sempre dato ragione, come quest’ultima, la più importante, quella della Corte di Strasburgo cui Sergio Lombardo - questo il nome dell’uomo - si è rivolto stanco di non veder reso esecutivo nella pratica il diritto che gli veniva riconosciuto nella teoria. Nel suo ricorso, infatti, Lombardo ha accusato le autorità italiane - tribunali e servizi sociali - di mancanza di diligenza, attenzione e imparzialità e, soprattutto, di non aver fatto quanto in loro potere per proteggere i suoi diritti di genitore. E i giudici di Strasburgo gli danno ragione su tutta la linea. Istituita nel 1959 dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali per assicurarne il rispetto, la Corte (il cui vicepresidente è un italiano) ha infatti rilevato che «i tribunali non sono stati all’altezza di quello che ci si poteva ragionevolmente attendere da loro poiché hanno delegato la gestione tra padre e figlia ai servizi sociali». Servizi sociali che spesso non hanno risorse e personale per seguire tante situazioni familiari difficili contemporaneamente. Ma la seconda motivazione è forse più pesante della prima: «la procedura seguita dai tribunali è stata fondata su una serie di misure automatiche e stereotipate» che alla fine hanno compromesso un rapporto equilibrato tra padre e figlia. La stoccata finale riguarda invece la condotta che il sistema di giustizia minorile italiano avrebbe dovuto tenere in una situazione come questa, e cioè prendere rapidamente misure «più dirette e specifiche» per ristabilire i contatti fra padre e figlia perché il passare del tempo, specie in età infantile, può avere conseguenze irrimediabili sulla relazione tra il bambino e il genitore che non vive più con lui. Come per la questione carceri, non è la prima volta che la Corte di Strasburgo condanna l’Italia per la scarsa attenzione ai diritti dei padri separati. Due anni fa aveva dato ragione a un 45 enne riminese e condannato lo Stato a un risarcimento di 15 mila euro per danni morali per non aver messo in atto le misure necessarie a garantirgli la possibilità di incontrare il figlio. Ma la domanda vera per il padre che ieri ha ottenuto la sua ennesima vittoria sulla carta è: e ora? Cambierà qualcosa? Per Maurizio Quilici, presidente dell’Istituto Studi sulla Paternità «la sentenza è importante». Ma anche la legge 54 del 2006 che ha introdotto l’affido condiviso doveva garantire una più equilibrata presenza del padre. «E invece ha cambiato poco sul piano pratico». Occorre vigilare sull’adempimento delle pronunce dei giudici. Ma il punto debole è proprio questo. «Emessa la sentenza, appare facilissimo eluderne le disposizioni». Speriamo questo non valga anche per una condanna che ci scredita in Europa.

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