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A Nichi Vendola-Io disabile a Roma

Caro Vendola, in questo mondo di crudezza che a volte sembra irreale, ma al contrario s’avanza con tutta la sua grottesca realtà, comprendo, in tutta la sua ossessiva quotidianità, che il timore della vita assume una connotazione bizzarra. Io sono un grave disabile affetto da SLA, in totale assenza funzionale degli arti superiori e vivo in questo recondito scenario che è la città di Roma, dove le contraddizioni sociali, culturali, storiche ed architettoniche appaiono dietro ogni angolo seppur nascosto e dove a volte l’aria e la luce hanno una caratteristica così particolare da sembrare scene di un sogno. Questa stessa Roma che Lei stigmatizza come ricettrice di cotanto male. Valuti come la realtà cambi secondo la propria prospettiva. Lei dice “Questo clima mi impone di limitare gli spazi della mia vita privata. Sono costretto a gestire ogni mossa con molta prudenza. Se a Roma di sera mi viene voglia di fare due passi da solo, rinuncio”. Io racconto che nella mia vita reale sto galleggiando in mezzo al mare e la terra che scorgo in lontananza sembra allontanarsi sempre più. C’è uno splendido e caldo sole in uno sfondo blu chiaro e scuro. So che non posso e non potrò mai raggiungere la terra, ma non ho il minimo timore come se la coscienza della fine rappresentasse la normale conclusione del sogno. Ogni volta che devo uscire di casa, sottolineo devo e non per scelta perché non mi è concesso e ovviamente sempre accompagnato, in un siffatto universo, dove tante volte ho sognato di poter scendere per strada di poter camminare e muovermi liberamente senza mai avere alcun timore di ostacoli, m’appare subito chiaro la realtà cruda di non poter superare le barriere architettoniche, di essere scrutato e/o osservato di sottecchi come un diverso, di subire costantemente violenze sottili e/o eclatanti da parte dei più, di avere la tentazione sempre d’arrendersi e di non avere più la forza di combattere questa miserevole guerra quotidiana. Ed è questo a farmi sentire Diverso. Perché devo confessarle che non c’è niente di più discriminante che non poter uscire di casa per le troppe, continue, insormontabili difficoltà che la società pone. Ed in ciò appare l’inevitabile sconfitta a cui è destinato ciascuno. Lei dice ancora “Questo è il paese dove il sigillo di normalità lo ha messo Giovanardi. Qui un certo ambiente ecclesiastico impedisce perfino che facciano norme per sanzionare la violenza...”. Perdoni Lei sa quante violenze quotidiane riceviamo noi persone con disabilità da questa sordida società? Comprendo che la mancanza di Notorietà e Visibilità in un mondo narcisista quale questo è fonte di insostenibile sconfitta. Tutte le volte che sono stato violentato nella difficoltà di vivere con dignità, lo sono stato tanto a Roma, quanto a Milano a Napoli a Bari ed in tutte le città italiane dove sono stato. Ma, perdoni, per questo non ho la pretesa di mettere alla gogna queste nostre splendide città e relativi cittadini, ma piuttosto una certa uniforme privazione culturale sulla Disabilità. Non parli di Normalità, La prego, perché la vera DisNorma per noi si presenta come disperante solitudine. Non ho mai sentito parlare di DISABILOFOBIA, ma Le assicuro che è molto più micidiale del fare due passi al centro. E non è nemmeno questione di un semplice gelato. Non credo che sia necessario dire sempre qualcosa, ma forse è meglio ascoltare l’urlo silente che viene da questo mio mondo e che non riesce a mostrarsi in tutta la propria grottesca realtà. Caramente la saluto. Pietro Pellillo

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