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Anno 2015, Palermo deserta e Darwin premia la Gesip

In una città distrutta dall'incuria e dalla povertà si muove un esercito di fortunati sopravvissuti, la cui storia è ormai leggenda. Palermo, anno 2015. Le strade sono semideserte. Il commercio non esiste più. Per campare si è tornati al baratto: otto uova in cambio di un chilo di pane; un maglione in cambio di un paio di scarpe. Via Libertà è una serie interminabile di vetrine rotte e di porte sprangate. I giardini pubblici sono assediati dai sacchi a pelo: non sono turisti, ma residenti. Pochissime le auto in giro: per un litro di benzina servono almeno dieci chili di legna, e la legna è preziosa specialmente quando fa freddo. In giro si distinguono solo alcune persone con i volti sorridenti, distesi. Chiacchierano amabilmente tra loro, giocano a carte, alcuni hanno lasciato gli attrezzi da lavoro appoggiati al muro, altri sonnecchiano sulle panchine, altri ancora sorseggiano una birra felici per il gusto e perché se la possono permettere. Si conoscono tutte, queste persone. Sono colleghi, sono gli ultimi, fortunati, lavoratori dipendenti rimasti in città. Sono sopravvissuti al disastro economico grazie alla sapienza della politica che li ha preferiti a tutti gli altri. Sono gli eletti, insomma. La loro storia è ormai leggenda. Vengono quasi tutte dalle cooperative sociali, moltissimi gli ex detenuti. Ma che vuoi che sia qualche precedente penale dinanzi alla garanzia di un lavoro? Un vecchio affamato chiede l’elemosina accovacciato sul marciapiede e maledice il giorno in cui non è diventato rapinatore: a quest’ora sarebbe un felice pregiudicato con premio di produttività. I superstiti sono invidiati, ammirati e soprattutto temuti. La città mostra ancora le ferite di quando qualcuno osò metterli fuori gioco, trattandoli come tutti gli altri lavoratori. Ma loro, un plotone di milleottocento impavidi, vendettero cara la pelle. Quella degli altri. Si narra che, in una visione darwiniana, la loro sopravvivenza sia stata garantita dalla loro forza. Di intimidazione. Nessuno ha mai saputo a cosa servissero queste persone al di fuori dei periodi elettorali. Si sa che la società pubblica che li aveva reclutati era stata costituita per forgiare lavoratori specializzati e che, addirittura, doveva essere venduta ai privati. Un affarone dai grandi numeri. Ottocentomila euro al mese. Di perdite. La leggenda sfiora persino il mito di un sindaco, tale Diego Cammarata, che una volta tentò di aumentare la Tarsu pur di sanare le posizioni economiche di quest’esercito di valorosi. Non ci riuscì, ma forse fu meglio così. Non serviva un piccolo sacrificio collettivo, ci voleva proprio un rito sacrificale di massa. Che arrivò puntualmente azzerando gli aiuti all’imprenditoria, esigendo più tasse, canalizzando i fondi pubblici, al grido di “abbasso i cittadini qualunque” e “viva i delinquenti che bruciano i cassonetti”. Questa non è più una Palermo qualunque, questa è la Palermo socialmente utile. La Palermo della Gesip.

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