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il mio ricordo di Benedetto XVI

IL MIO RICORDO DI BENEDETTO XVI Era un tiepido pomeriggio di aprile ed io, studente universitario, avevo da poco terminato di ascoltare la lezione di diritto fallimentare. Quel giorno, dopo alcuni tentativi andati a vuoto, ero riuscito a far accettare ad una collega di corso, tale Margherita, il mio invito a prendere un caffè insieme. L’avevo conosciuta soltanto pochi giorni prima e se non si fosse seduta di fianco a me per seguire una lezione credo che non l’avrei nemmeno notata visto il suo essere taciturna, discreta e vestita in modo tutt’altro che appariscente. Quel giorno scambiammo qualche parola ed io guardandola negli occhi capii che tra di noi era scattato qualcosa. Lei però non s’intratteneva molto a parlare dopo la lezione, così per stare qualche minuto in più insieme a lei l’accompagnavo alla stazione e le rimanevo accanto fino a quando non arrivava il treno che l’avrebbe riportata a casa. Quel pomeriggio, dicevo, lei accettò il mio invito e così riuscimmo a parlare di più, fortunatamente non solo di università e di esami universitari ma anche di noi due, mi lasciai anche scappare un “mi piacciono le ragazze tranquille come te”. Il tempo tiranno ci costrinse a lasciare a metà il discorso ed io tornai a casa più che mai intenzionato a studiare diritto processuale civile. Entrai in casa e neanche avevo fatto a tempo a chiudere la porta che il cellulare che avevo in tasca emise un piccolo trillo. Lo presi fra le mani: era un sms del mio più caro amico. Il testo era il seguente: «Fumata bianca, hanno eletto il nuovo Papa!». Accesi subito la televisione rinunciando così al mio proposito di studiare. Il nuovo Pontefice non si era ancora affacciato, non si sapeva ancora chi fosse, le immagini erano quasi fisse sul comignolo della Cappella Sistina da cui usciva un filo di fumo bianco che diventava sempre più esile man mano che passavano i minuti. Prima che il nuovo Papa si affacciasse ricevetti altri due sms che mi comunicavano l’avvenuta elezione del Successore di Pietro. Poi finalmente l’annuncio: il nuovo Papa era il cardinale Joseph Ratzinger che da quel giorno si sarebbe chiamato Benedetto XVI. Queste le sue prime parole: «Cari fratelli e sorelle, dopo il grande Papa Giovanni Paolo II, i signori cardinali hanno eletto me, un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore». Sembrava quasi a disagio con tutto quel clamore intorno, abituato com’era al silenzio e alla discrezione. Lui, che solo pochi anni prima aveva espresso il desiderio di ritirarsi a studiare nella sua amata Germania, si trovava in quel momento al centro del mondo. La sua elezione non mi dispiacque affatto, per quello che sapevo il Cardinale Ratzinger era molto più rigido nel suo essere cattolico e nel difendere i principi fondamentali della Dottrina Cristiana di quanto non lo fosse Giovanni Paolo II. Pochi giorni dopo seguii in televisione la sua prima Messa da Papa in Piazza San Pietro, vidi una folla euforica e festante che lo acclamava con gioia come faceva con il suo compianto predecessore; lui sorrideva appena ma i suoi occhi esprimevano una grande gioia interiore che, da buon tedesco, non riusciva ad esternare. Arrivò l’estate, un’estate tristemente segnata dai sanguinosi attentati di Sharm-el-Sheik. Il Papa in quei giorni si trovava in vacanza in Valle d’Aosta e sempre tramite la televisione ascoltai la sua preghiera per le vittime di quella carneficina e per i loro familiari; il suo volto appariva triste, quasi sofferente, la voce con un leggero tremolio che faceva intendere una commozione trattenuta a stento. Poi, il mese di agosto, ci fu la Giornata Mondiale della Gioventù a Colonia e sempre attraverso la tv lo vidi mentre parlava ai giovani, pieno di vigore e di entusiasmo, con quella forte pronuncia tedesca di fronte alla quale ci scappava un sorriso. Spesso alla domenica ascoltavo l’Angelus, cosa che con Giovanni Paolo II non facevo praticamente mai; Benedetto XVI, forse proprio per quel suo essere un cattolico inflessibile ai limiti della radicalità, aveva ottenuto la mia fiducia e la mia simpatia. Nei due anni seguenti acquistai una sua biografia, il suo primo libro scritto da Pontefice ed intitolato “La Rivoluzione di Dio” e la sua prima Enciclica; la terminologia usata era abbastanza complessa, manifestazione evidente del suo essere un sacerdote e un professore di profonda cultura che dedicava tutto se stesso allo studio teologico ed alla preghiera. L’anno di svolta fu il 2008. Ascoltando il richiamo dell’amore mi trasferii a Roma e nonostante le resistenze della mia convivente mi recai in Piazza San Pietro per ascoltarlo pochi giorni dopo il mio arrivo; era affacciato alla finestra, lo vedevo molto lontano ma provavo comunque una grande serenità. L’8 dicembre di quell’anno lavoravo in un locale di Piazza di Spagna; non sapevo (e da credente me ne devo vergognare…) che quel giorno il Papa si recava abitualmente lì per posare una corona sulla statua dell’Immacolata. Anche noi, umili lavoratori, uscimmo in piazza per ascoltare il discorso ma a causa della ressa non riuscimmo a vederlo. Avevamo però un vantaggio: la vetrina del nostro locale era transennata per motivi di sicurezza, nessuno poteva sostare davanti perchè il Papa per lasciare la piazza sarebbe dovuto passare proprio da lì . Così avvenne. Di certo, involontariamente, si voltò verso di noi durante il suo passaggio e l’incrociare il mio sguardo con il suo a una distanza di neanche un metro mi bloccò per qualche istante il respiro tanta era l’emozione. La domenica successiva, complice il turno di lavoro serale, ero di nuovo in Piazza San Pietro per l’Angelus e vedendolo salutare la folla che applaudiva e lo chiamava per nome fui sul punto di commuovermi. Il secondo “incontro ravvicinato” con il Papa fu alla “domenica delle palme” del 2009. Seguii la Santa Messa insieme ad altri fedeli in Piazza San Pietro e al termine della celebrazione, facendomi largo tra i fedeli, riuscii ad arrivare fino alla prima fila di una transenna. Mi passò davanti, sulla “papa mobile” scoperta; ancora un incrocio di sguardi, ancora quell’emozione forte che mi bloccò il respiro e mi fece tremare le gambe. Purtroppo, si sa, l’amore è eterno finché dura e alla fine del 2009 lasciai Roma e tornai al mio paese. Sapevo che non avrei più visto il Papa di persona, guardandolo talvolta in televisione nei mesi successivi provavo una grande nostalgia. Lessi un altro suo libro, “Paolo, l’Apostolo delle genti”, scritto quando era ancora Cardinale. Mi capitava ogni tanto di pregare di fronte ad una cartolina che lo raffigurava nel giorno della sua elezione. L’ultima volta prima delle sue dimissioni lo vidi lo scorso Natale, affacciato alla loggia del Palazzo Apostolico mentre pronunciava gli auguri in tutte le lingue del mondo ed impartiva la benedizione solenne; si vedevano nel suo volto tanta stanchezza e tanta sofferenza, certo non potevo immaginare che di lì a poco avrebbe annunciato di rinunciare all’incarico di Capo della Chiesa. Giacomo

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