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IL PAPA MOBILE

IL PAPA MOBILE Nell’epocale decisione di Benedetto XVI di abdicare alla propria corona c’è un aspetto forse più sorprendente della decisione stessa. Ci riferiamo alla coralità unanime e plaudente con cui le cosiddette dimissioni sono state accolte e commentate dai media. Sia quelli cattolici o di estrazione curiale, sia quelli in teoria schierati su versanti a-confessionali, laici, laicisti (come usa dire oggi) o addirittura anticlericali. Da questa cortina fumogena di ossequi e melasse varie si rischia di uscire intossicati o, quantomeno, fortemente vulnerati nella capacità di decifrare in modo consapevole e lucido un segno così dirompente come la ritirata di un papa. Si è detto che è stato un atto di coraggio, ma è un complimento ridicolo prima che inappropriato. Il coraggio si manifesta nel procedere nonostante le avversità, le difficoltà, i problemi, nell’avanzare pur avvertendo l’enormità del sacrificio richiesto. Coraggioso è un soldato che marcia, petto in fuori, sapendo di sfidare la morte. Coraggioso è un comandante che accetta di abbandonare la nave per ultimo, pur rischiando la vita. Coraggioso è un pontefice che accetta la tiara e l’anello piscatorio affrontando la tempesta perfetta di un’epoca dai contorni apocalittici. Il soldato che diserta, il leader che rinuncia, il papa che abdica non sono coraggiosi. Sono razionali, calcolatori, sensati, logici, ma non coraggiosi. Il che non significa, si badi bene, tacciare di viltà il contegno di chi fa il fatidico passo indietro. E’ abnorme, nella sua radicale, semi-divina maestà la scelta di chi procede nonostante le probabilità lo condannino alla sconfitta. Non è, per contro, biasimevole, ma comprensibile, giustificabile, perdonabile la paura di chi non se la sente. Tuttavia, il fatto di dovere rispetto a chi non brilla per un’indole eroica non impone, di per sé, la genuflessione dinanzi alle sue tremebonde e vacillanti indecisioni. Soprattutto se sfociano in una risoluzione terribile come quella di imitare Celestino V e il suo Gran Rifiuto che è rimasto nella storia proprio per la sua irriducibile eccezionalità rispetto a ciò che dovrebbe essere (ma non sarà più, purtroppo per la Chiesa) la Regola. E cioè che il Vicario di Cristo, proprio per i poteri, la regalità, i carismi non (solo) umani di cui è investito è tenuto a comportamenti e risposte che sono e debbono essere sovra-umani. Gli stessi che aveva dimostrato il predecessore di Ratzinger nel restare avvinghiato alla sua croce, come un tralcio contorto, oltraggiato dal tempo e dalla malattia, ma non vinto dalle caduche leggi della storia e dell’ordinario. Il plauso e la comprensione di cui è stato fatto oggetto papa Benedetto XVI muovono da un esiziale errore di prospettiva, da una miopia, o, peggio, cecità, che è l’ennesimo frutto malato di un’istituzione al tramonto. Lo sbaglio è stato quello di applicare l’indulgenza di un’umana commozione al titolare di un Ruolo e al detentore di un Onore che quell’indulgenza non merita perché è troppo ‘bassa’, terrena, ordinaria rispetto al Senso e Significato ultimo che l’essere Pontefice reca con sé. Benedetto XVI dovrebbe rifiutare questi omaggi che vengono dal Mondo così come avrebbe dovuto respingere la tentazione di ritirarsi di fronte al Mondo. Non perché le titubanze, le incertezze, i timori non siano degni della sua missione petrina, ma perché la sua missione petrina (e l’accettazione di quella missione) sottende, deve necessariamente e fisiologicamente sottendere, la fiducia in una sfida eroica alla paura che trascende gli inevitabili limiti della limitata umanità di cui anche il capo della Chiesa è impastato. Un papa può avere paura perché è un uomo. Cristo stesso ne ha avuta sulla croce implorando che gli venisse risparmiato quel calice. Ma un Papa, come Cristo, è tenuto a mettere il suo Ministero davanti alle proprie paure perché la Fede di cui è testimone lo innerva di una energia, di una forza (di un coraggio) che travalica la sua contingente natura. Per questo la scelta di Benedetto XVI può essere definita in molti modi, tutti ugualmente rispettosi, ma non come coraggiosa. Lo stesso dicasi dell’umiltà. Cosa significa affermare che le dimissioni di Ratzinger sono un atto di umiltà? Di nuovo, ci troviamo di fronte all’applicazione di categorie fuorvianti ed errate a una situazione che quelle categorie non deve mettere in gioco. Un papa è ‘naturaliter’ umile, non foss’altro perché è il rappresentante di Gesù in terra, dell’Uomo Dio che si è fatto ultimo per gli ultimi. E’ umile perché è papa, non perché rinuncia ad esserlo. C’è qualcosa di sospetto in questa sorta di Mundial della piaggeria a cui si sono iscritti e hanno preso parte i più impensabili protagonisti. Da quando la traumatica notizia è deflagrata nel cielo dei media, è stato tutto un susseguirsi di pronunciamenti carezzevoli, cotonati, zuccherosi. Come se il Mondo si sentisse finalmente sgravato da una presenza ingombrante, dall’ultima figura carismatica di un’era in declino che ancora reclamava, anzi declamava, pur solo con la sua muta presenza la possibilità dell’Impossibile, l’immanenza (in un corpo anziano, senescente, fragile) del Trascendente. In quei ripetuti richiami al coraggio e all’umiltà abbiamo percepito il sospiro di sollievo di una società che è ormai troppo lontana dal divino per concepire (e sopportare) la provocazione di una Sede ad vitam, di un Ruolo che prescinde dalle debolezze umane di chi incidentalmente le incarna, perché quelle debolezze le vince. Il mondo secolarizzato, relativizzato, indifferenziato in cui viviamo ha ottenuto la sua più tronfia e forse definitiva affermazione nel momento in cui ha avuto in mano, come uno scalpo, la veste bianca del Santo Padre. Quello che stupisce è che anche dall’interno della Chiesa si siano levate solo voci di ammirazione, se non di giubilo. Quasi che tutti, compresi i commentatori più autorevoli, fossero contagiati da un’euforia infantile, ma evanescente come un gas: com’è umano questo Papa! Senza rendersi conto che in quelle parole vi è il sigillo (forse tombale e conclusivo) di un’esperienza bimillenaria. Volevano un papa umano e lo hanno ottenuto, con questa resa improvvisa il cui trauma si misurerà nel corso degli anni a venire. E inciderà nelle menti e nei cuori dei fedeli molto più di tante vane parole. Quello che in pochi hanno colto è la macroscopica portata simbolica dell’abdicazione di Ratzinger, il serbatoio profondo di malesseri e disperazioni a cui darà la stura. Non parliamo della metabolizzazione razionale dell’evento che è già avvenuta (complici le semplificazioni televisive e giornalistiche). Ci riferiamo al vulnus micidiale e irrimediabile che questa scelta arrecherà alla fede semplice delle persone semplici (cioè della massa declinante dei credenti che si ostinano a frequentare chiese sempre più vuote). Il papa che resta tale fino alla sua morte, inchiodato alla sua croce come il Dio di cui è epigono, era uno degli ultimi baluardi contro il senso di precarietà, finitudine, caducità del nostro Tempo mortale. Ora sappiamo che anche il papa può dimettersi se si sente stanco. Come l’amministratore delegato di una corporation, come un allenatore della nazionale, come un impiegato qualsiasi, cioè come chiunque di noi. Attenzione, chi propone un simile approccio controcorrente non fa un discorso da cattolico, ma forse più una constatazione da psicologo o da sociologo. La Chiesa, per dirla con Durkheim, è prima di tutto una ‘rappresentazione collettiva’, un coagulo di emozioni, mitologie, speranze, narrazioni sociali che si reggono su una Credenza Condivisa e che si nutrono di immagini più che di parole. La Chiesa già vacillante del post concilio poggiava il suo residuo prestigio ancora, e soprattutto, sulla figura pontificale e sulla sua dimensione sovra-umana e meta-temporale, come un albero rachitico su una radice robusta e inossidabile. Ora quella radice è stata spezzata. Francesco Carraro

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