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Oscar Casciabàl

Al mio paese c’è un tale chiamato da tutti Oscar Casciabàl. Oscar Trabattoni, questo il vero nome, era stato per lungo tempo chiamato Oscar Vivaro. Le sue gesta in campo amoroso erano talmente eclatanti, che una sera, al bar, un paesano che aveva studiato al liceo aveva esclamato: “Oscar, sei proprio un viveur”. Viveur era parola troppo difficile, così Oscar era stato soprannominato Vivaro. Non che la cosa gli desse fastidio, sia chiaro, l’importante era la gloria sottesa al nome. Una sera di novembre, davanti a un Montenegro inopinatamente scelto come aperitivo, Oscar Vivaro era intento a raccontare l’ultima sua mirabolante conquista della domenica. “L’avevo conosciuta per caso, a un vernissage in centro a Milano…” “Cos’è un vernissaggio? Una officina per verniciare?” “Zitto, ignorante, è svizzero, se non capisci la parola stai zitto. Oscar, continua, dai” Il Vivaro sospira di fronte a cotanta ignoranza e continua: “insomma, sapete come vanno queste cose – tutti annuiscono ma nessuno in verità sa come vadano queste cose – tra una chiacchiera, una oliva e qualche negroni…” “Osti una donna che beve Negroni…” “… tre o quattro, non ricordo più, insomma, le chiedo se vuol passare qualche ora di divertimento con me” Oscar ammicca ai risolini compiaciuti degli astanti. “Per farla breve, la porto direttamente al mio quartier generale, il Motel Pioppeto, lì vicino” Al nome del motel Pioppeto un paio di uditori sbiancano, la sola parola foriera dei peggiori peccati si possano confessare a Don Luciano. “Vi dico solo questo: era talmente calda che mi si è buttata addosso già nell’ascensore!” “Uh-uh” dice uno. “Grande Oscar, sei sempre il migliore” Il Vivaro sorride elegante e pomposo come un branzino in guazzetto. “Anche io sono stato al Pioppeto, tempo fa -dice a un certo punto Cameo, l’uomo molle come un budino – quando i pompieri avevano dichiarato inagibile la mia casa” “Sì, ma tu eri là con la mamma e la suocera, non con una bionda tacco dodici”, lo irridono gli altri. “Non c’era mica, l’ascensore” Il silenzio cala sugli astanti. “Insomma, gli appartamenti sono tutti al piano terra, non serve l’ascensore”. Oscar riflette un momento, ostenta sicurezza. “Certo che sono tutti al piano terra. Io parlo dell’ascensore dal garage all’appartamento” I presenti emettono un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo. “io ricordo – continua Cameo – che la macchina si parcheggia direttamente davanti alla porta. Non c’è garage.” Oscar tace. “Ma come, Oscar, ci hai detto che al Pioppeto sei di casa, ti salutano come uno di famiglia e hai la tessera speciale per accedere alla camera Lov, quella tutta a specchi” Il Vivaro balbetta qualcosa, poi da una sorsata al Montenegro. “E domenica mi ha detto mio fratello che eri a giocare al calcetto con loro, non a Milano” “il Tonio moletta dell’officina mi ha detto che ti ha mandato in Slovenia per prendere un pezzo, e che sei stato una notte fuori perché hai rotto la coppa dell’olio a Peschiera mentre tornavi” “Ma come? Non eri andato a Praga per incontrare la tua amica che aveva portato due altre amiche e con le quali…” “Ma va, la mamma di Oscar mi ha pure detto che la foto della bionda è una amica americana di tua sorella e che non è mai stata qui.. ha detto si chiama penfrien, qualcosa del genere.” E Oscar dice… cosa dice? Nulla. Era diventato Oscar Casciabàl Il paese non perdona.

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