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OCCHIO ALLA CONGIUNTIVITE

Serviva un terremoto giudiziario per riportare Silvio Berlusconi a mobilitare le piazze. Sabato 23 marzo c’è un obiettivo ambizioso: Almeno 800.000 "difensori civici" in Piazza del Popolo, Roma Il Popolo della Libertà prono ai dettami della Magistratura proprio non ci sta. Dopo avere autorizzato una visita fiscale che ha messo l’imputato Berlusconi (leader di un grande partito italiano, ex Presidente del Consiglio, protagonista di vent’anni della storia recente) al pari con un qualunque impiegato assenteista a casa con una pseudo influenza, hanno decretato che al San Raffaele Silvio è giusto che ci sia, ma può comunque partecipare alle udienze. Non v’è soltanto un profondo sgarbo istituzionale, una buffonata giudiziaria ricca di artifizi utili al dispetto, una kafkiana graticola all’uomo e all’imprenditore. No, in gioco c’è l’affossamento, l’attorniamento bieco e cinico ad una voce politica da silenziare. Va tirato fuori dai giochi il mediatore ed il rappresentante di 10 milioni di cittadini non ritenuti responsabili con il loro voto al centro-destra. Va sbattuto fuori dall’architettura costituzionale il Cavaliere, portandolo in carcere. L’onorevole Berlusconi ha stancato, secondo la Boccassini. Non può dopo tutto questo tempo catalizzare ancora, resuscitare, cristallizzare, un vasto consenso ed una fetta di Paese al suo cospetto. Quando il nuovo Parlamento si sarà insediato, dopo il 15 marzo (con numeri sfavorevoli rispetto ad oggi per gli azzurri), con ogni probabilità scatteranno le richieste d’arresto nei vari processi in cui è coinvolto. Ed è lì che il Senato, chiamato a vagliare il fumus persecutionis, consegnerà l’ex premier ai giudici. Domiciliari? Quel che conta è che un magistrato di sorveglianza orchestrerà ciò che si e ciò che no potrà dire e fare il Cavaliere. Dunque niente comizi, esternazioni politiche, manifestazioni, nulla di nulla. Un silenzio osannato come morte politica di un leader e di una coalizione a vantaggio di Tribunali, sinistra e neo-eletti grillini. Siamo dinanzi al più grosso vallo mai aperto tra Istituzioni. Alla lotta fratricida di due poteri dello Stato (Esecutivo prima, legislativo ora e quello giudiziario). Barbarie, gogna, astio, vendetta, nemesi, chiamatela come volete, però di sicuro si stratta di uno stillicidio giunto all’orgasmo nichilista del giustizialismo. Se nel processo Ruby si cerca di dimostrare il mercificatorio atto sessuale, nell’assise pubblica e nei Palazzi di Giustizia si avviluppa un onanista confronto su corruzione, conflitto di interessi e leggi elettorali. Come se la priorità italiana fosse quella di bilanciare Mediaset. O di rendere ineleggibile Berlusconi o peggio ancora di macchiare un uomo per il sol gusto di renderlo mediaticamente maestro di corruttele e infamie. Poco importa la crisi, poco importa una isteresi che condannerà un paio di generazioni alla sottooccupazione o alla disoccupazione. Al diavolo lo spread, i rendimenti dei titoli, i giudizi di declassamento di Fitch, il crollo dei consumi e l’insensatezza dell’Imu sul primo tetto. Qui non c’è da salvare l’Italia, ma solo da condannare un capro, poco espiatorio di colpe congenite ad un sistema malato. Di Andrea Lorusso domenica 10 marzo 2013

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