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Se per aprire una porta negli uffici del comune di palermo serve un incarico ad hoc

EGREGIO DIRETTORE LE SDEGNALO QUANTO SEGUE E QUANTO SUCCEDE AL COMUNE DI PALERMO: La farsa dei dipendenti pubblici che si rifiutano di girare una chiave senza un'apposita qualifica: un'offesa ai veri lavoratori. C’è una pericolosissima commistione di ignoranza, egoismo e incoscienza dietro al nuovo scandalo palermitano dei dipendenti del Coime che si rifiutano di aprire le porte degli uffici perché non hanno la qualifica necessaria. Avete letto bene: il Comune di Palermo è alle prese con l’imbarazzante bega di un manipolo di “lavoratori” (le virgolette sono d’obbligo) che, nell’anno di grazia 2013, se la tocca con la pinzetta e chiede un riconoscimento ad hoc per aprire e chiudere materialmente un ufficio. Secondo quanto ha scritto ieri su Repubblica Sara Scarafia, il personale Coime di primo livello può pulire, quello di secondo può dar aria alle stanze, quello di terzo può aprirle. Siamo alla farsa. Se fino a qualche tempo fa, certe distinzioni facevano parte di un sistema a malapena tollerabile, anche perché nutrito esclusivamente con soldi pubblici, oggi queste appaiono irritanti ed anzi offensive. Il nuovo corso – che non piace a nessuno – è fatto di sacrifici economici, di aumento della produttività, di appello al senso di responsabilità. E riguarda tutti noi. Tutti, ad eccezione di una sacca di dipendenti pubblici ignoranti - perché non sanno - egoisti – perché se ne fregano di tutto e tutti - e incoscienti – perché non capiscono che il loro comportamento mette a rischio il loro stesso lavoro. Siamo con l’acqua alla gola e ci sono ancora sindacalisti che portano il Comune in tribunale perché teneva le biblioteche aperte il pomeriggio. Ci sbattiamo per trovare un’occupazione e ci sono duecento e passa dipendenti del Comune di Palermo che presentano certificato medico perché gli scoccia cambiare ufficio. Ci rintroniamo di notizie sulla spending review e ci sono quattro pseudo lavoratori con lo stipendio (ingiustamente) garantito che hanno il coraggio di fare storie per chiudere un portone, come se ci volesse una laurea speciale per girare una chiave. In un mondo perfetto per tutti loro non ci sarebbero tavoli di contrattazione e delegazioni aziendali, ma un solo immenso piede con scarpa rinforzata, calato dal cielo come metafora di un intervento superiore, che li caccerebbe (o scalcerebbe) fuori dal primo all’ultimo attraverso quello stesso portone che si sono rifiutati di chiudere. E tutto intorno un coro di voci bianche che ripete come una nenia: l’ultimo chiuda la porta

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