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D'Annunzio contro la casta

Ci son parole di Gabriele d’Annunzio – anche del d’Annunzio “politico”, civile – che sembran scritte oggi o, se si vuole, appena ieri. Nel 1919, ad esempio, egli affermava: “È necessario che la nuova fede popolare prevalga, con ogni mezzo, contro la casta politica che con ogni mezzo tenta di prolungare forme di vita menomate e dispregiate”. E auspicava “una forma di rappresentanza sincera che rivelasse e innalzasse i produttori sinceri della ricchezza nazionale e i creatori sinceri della potenza nazionale contro i parassiti e gli inetti dell'odiosa casta politica non emendabile”. Ancora, secondo un testo appena uscito a cura di Emiliano Cannone: “Sembra che l’Italia non possa assistere allo spettacolo che dà la casta politica se non con le narici turate”: parole con le quali l’Imaginifico proponeva il termine ‘casta’, al pari di altri neologismi, per definire un gruppo dirigente incapace e dedito solo ai propri interessi. Altrove il Comandante auspicava una rivolta contro la “casta politica che l’Italia insudicia da cinquant’anni e non è capace se non di amministrare la propria immondizia’’. In tal modo il poeta pescarese anticipava la casta di Rizzo e Stella (2007) e l’invito a turarsi il naso votando Dc di Montanelli (1976). Il pessimismo del poeta si sarebbe poi fatto ancora più profondo fino ad implicare sfiducia nei confronti della stessa componente umana della vita. Il primo giorno del 1924 (l’anno del delitto Matteotti), d’Annunzio confidava infatti all’amico veronese Enrico Grassi Statella: “Il fetore delle coscienze umane, innumerabile, mi ammorba. L’uomo foetet come Lazaro, ma non risuscita”.

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