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Cosa aspettiamo ? dopo la violenza verso se stessi quella verso gli altri?

Da qualche tempo ascoltando gli addetti ai lavori ininterrottamente si sente che bisogna convergere su otto punti, che vi sono delle convergenze, che bisogna creare un governo di rottura, un governo di larghe intese, u n governassimo, un governo minoritario che di volta in volta cerca la maggioranza in parlamento, o che va avanti con non sfiducia o uscita dall’aula. Ma è possibile che nessuno abbia veramente a cuore la società italiana che da anni ormai langue e soffre, che di giorno in giorno si impoverisce, che vede aumentare la disoccupazione e diminuire il reddito con il trascinamento in basso del tenore di vita? I punti a base del programma di governo non devono essere otto più otto, più dieci, più due, più tre e così via ma uno ed uno soltanto: creare occasioni di lavoro e dare a tutti la possibilità di inserirsi nel tessuto produttivo riacquistando la dignità che la politica degli ultimi venti anni ha tolto in nome di una società globalizzata ed di una economia governata dalla finanza. Mi rendo conto che i posti migliori, quelli più remunerati e quelli più appaganti vengono occupati dai più dotati ( mi riservo il beneficio di inventario ai fini della verifica di dote naturale e culturale o di rendita di posizione …..) ma agli altri, ai normodotati ed a tutte le persone comuni penso debba essere data la possibilità di inserirsi nel mondo del lavoro e di costruirsi uno standard di vita normale. Il disgusto del cittadino aumenta quando non un gruppo di quelli che si candidano al governo del paese dice come intende affrontare il problema della disoccupazione e della povertà che con decenni di malgoverno e malaffare si è incancrenito. I vincoli imposti dall’Europa comunitaria si dice dovrebbero evitarci il fallimento ma in vero ci perpetuano uno status quo nel quale i cittadini che non hanno lavoro, che fanno la fame sono già dei falliti. La vita dell’uomo non è eterna, dopo la morte non mi risulta che si rinasca ed a questo punto quale preoccupazione se si fallisce quando già siamo dei falliti senza speranza. In Sicilia si dice: “ a terra arsa un ci po focu ” Manca forse la declaratoria di fallimento perché il fallimento è già in atto. Conosco molte persone ed aziende che dopo il fallimento sono ripartite facendo tesoro degli errori fatti e spesso decollando: un fallimento ci farebbe bene. Forse le persone sensibili che hanno posto fine alla loro esistenza avrebbero potuto dare un contributo migliore a sensibilizzare chi dovrebbe e non opera non rivolgendo la violenza verso se stessi. In passato solo quando le azioni vennero rivolte nei riguardi della classe politica e dirigente si corse ai ripari. Vogliamo aspettare ancora? Francesco Amoroso, uomo qualunque

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