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Liberi pensieri

LIBERI PENSIERI Da quando ha avuto inizio la passata campagna elettorale, con riferimento alle cause ed alle soluzioni dell’attuale crisi economica italiana è stato scritto di tutto. È ovvio come molti tra coloro che parlano e scrivono su questo tema con grande sicurezza non abbiano la minima competenza nel campo della dinamica dei sistemi economici e che la loro sicurezza discenda, come già scriveva Socrate, dal fatto che non sanno di non sapere, per cui possono essere pericolosi. Ciò nonostante non ho dubbi sul fatto che siano numerose le persone che possiedano tutte le informazioni e le competenze necessarie per comprendere quali siano le reali cause prime dell’attuale stato di crisi. Ma nessuno mi sembra, però, che parli con chiarezza. Sono un ingegnere, già professore universitario. Ho dedicato tutta la mia vita allo studio nei più differenti settori e tra questi un piccolo posto ce lo ha avuto anche l’economia. Circa 30 anni fa sviluppai in collaborazione con l’amico e collega Prof. Siro Lombardini un modello macroeconomico per lo studio delle condizioni necessarie al conseguimento della “golden age”, che corrisponde ad una situazione di crescita economica stabile. Posso affermare che oggi in Italia siamo molto lontani dalle condizioni di “golden age”, ma forse posso anche spiegare in forma semplice ed elementare, quali siano le reali cause prime della nostra attuale crisi e cosa non si deve fare perché può aggravare l’attuale stato di crisi. Ciò è quello che mi propongo in questa nota illustrando in modo molto sommario un semplicissimo modello macroeconomico. Credo che la massima semplificazione nella costruzione di un modello macroeconomico di uno stato, senza perdere la base logica del ragionamento, si possa conseguire con l’aggregazione in due sole entità economiche, ciò che corrisponde orientativamente alla aggregazione della popolazione in due classi sociali. Già dai tempi dei Romani si usava distinguere le persone in patrizi e plebei, successivamente si è passati alla distinzione tra nobili e popolo, un passo storico importante fu fatto da Marx con la contrapposizione tra capitalisti e lavoratori. Con riguardo alla costruzione oggi di un modello macro-economico vedo appropriata la aggregazione in due seguenti entità economiche. La prima entità è quella dei “governanti” ed è costituita dalla aggregazione della Pubblica Amministrazione, del Sistema Bancario e dalla Grande Industria. Questa entità ha il ruolo di fornire i “servizi” essenziali alla vita del paese, i “capitali finanziari” e i “beni reali” necessari alla funzionalità del processo produttivo e sul piano economico-finanziario è caratterizzata dalla disponibilità di una grande ricchezza in termini reali e da un grande debito finanziario. La seconda entità è quella del “popolo” ed è costituita dalla popolazione che nel modello macro-economico svolge i tre ruoli di 1- lavoratore, 2- consumatore e 3-risparmiatore . È estremamente importante cogliere la distinzione che esiste e deve esistere sul piano finanziario tra le due classi. I “governanti” operano nel “debito” che essi hanno nei confronti dei “lavoratori”, che operano nel “risparmio”, risultando essere i “creditori” dei “governanti”. D’altra parte si deve avere chiaro un concetto, quando ci si muove sul piano finanziario la somma di tutti i debiti e crediti deve fare zero: si tratta di una “legge dell’economia”. È ovvio come sia necessario che i debiti vengano contratti da chi possiede una ricchezza reale o entrate finanziarie adeguate a fare fronte al debito. Quindi è naturale che il “debito” sia di regola a carico dei “governanti”, con il “credito” a favore dei lavoratori –risparmiatori. Le due entità economiche, governanti e governati operano in interazione ed è ovvio come la gestione globale dell’economia venga svolta dagli enti “governanti”, tra i quali emerge l’importanza del Governo, che stabilisce la linea politica ed interviene con imposte e spese pubbliche. Il risultato della interazione delle due entità può essere riassunto in forma estremamente sintetica da grandezze macroeconomiche che riguardano il flusso dei ricavi e costi e l’ammontare dei debiti e crediti. Per dare un’idea dell’attuale situazione in Italia posso riportare alcuni valori “arrotondati”. Il Prodotto Interno Lordo (PIL) è ad oggi nell’ordine di 1500-1600 miliardi di Euro, con una spesa pubblica nell’ordine di 800 miliardi di Euro. Ciò che significa che i “servizi” messi a disposizione dallo stato hanno una incidenza sul costo di tutti i beni prodotti in Italia nell’ordine del 50% del loro prezzo di vendita. Il debito totale delle Amministrazioni Pubbliche è superiore ai 2000 miliardi di Euro. Il totale delle passività delle banche residenti in Italia è nell’ordine di 4200 miliardi di Euro. Non dispongo di dati aggregati sulle passività delle grandi industrie italiane, ma tenendo conto che queste passività sono in larga parte finanziate dalle banche, ritengo che il “debito” della entità economica aggregata che corrisponde ai “governanti” in Italia oggi possa essere valutato nell’ordine di 6000 miliardi di Euro, pari a circa 4 volte il PIL. A fronte di questo debito i principali creditori dovrebbero essere rappresentati dalla Banca Centrale Europea (BCE) e dalla popolazione. Non ho dati precisi sulla ricchezza finanziaria della “popolazione”, l’ordine di grandezza dovrebbe essere di 3500 miliardi di Euro. Non ho dati per quanto riguarda i prestiti da parte della BCE. Si tratta di pochi ed approssimati dati, ma che, integrati con i fatti che tutti i giorni viviamo, sono sufficienti per trarre le conclusioni che esporrò nel seguito, ma prima di tutto occorre puntualizzare il fatto base, ben noto a tutti, ma di cui non mi appare si tenga conto in forma adeguata. Noi apparteniamo all’Unione Europea con una moneta comune ed un comune libero mercato dei beni. Nella letteratura lo studio di modelli macro-economici è comunemente svolto nell’ipotesi di paesi che abbiano una moneta propria. In questa ipotesi viene evidenziato come sia la variazione del potere di acquisto della moneta (inflazione) imposta dal mercato interno, sia la variazione del cambio imposta dal mercato estero costituiscano elementi fondamentali di stabilizzazione. Infatti, se uno stato si indebita con l’estero per un eccesso delle importazioni rispetto alle esportazioni, automaticamente la sua moneta si svaluta con il risultato che il costo sui mercati esteri dei suoi prodotti scende, agevolando le esportazioni, mentre quello dei prodotti esteri sul mercato interno sale, frenando il consumo di prodotti esteri. Altresì, se uno stato eccede nella spesa pubblica e copre il deficit attraverso un finanziamento della sua banca centrale, automaticamente si ha inflazione con aumento dei prezzi e conseguente riduzione del valore reale della moneta. Ciò riduce automaticamente il valore reale della spesa pubblica, del costo del lavoro ed esegue un trasferimento automatico di ricchezza dal popolo risparmiatore agli enti grandi debitori (stato, banche e industria). Si ha quindi un effetto di autoregolazione che opera ponendo a carico del popolo che lavora e risparmia le maggiori spese dello stato. Si può discutere il fatto se questi interventi automatici prodotti dal mercato costituiscano la migliore e più appropriata tra le soluzioni possibili, ma non vi è dubbio che eseguano un’azione di smorzamento di tipo stabilizzante. Questa autoregolazione imposta dal mercato non esiste più nell’ambito dei paesi dell’Unione Europea in quanto hanno adottato una moneta unica ed aperto i mercati. I costi dello Stato Italiano, che oggi contribuiscono a formare il 50% del prezzo dei prodotti italiani, sono più alti dello standard europeo, tanto che sono numerose le nostre aziende che già da alcuni anni si sono trovate ad avere costi di produzione più elevati del livello standard europeo. La prima reazione molto diffusa è stata quella di abbattere i costi aziendali, bloccando ogni attività rivolta alla ricerca ed alla innovazione del prodotto. Oggi il risultato è che queste aziende si trovano con prodotti con costo più alto e qualità inferiore rispetto alla concorrenza di altre nazioni europee. Gli Italiani rivolgono sempre più i loro consumi verso prodotti esteri in quanto questi spesso hanno un minor prezzo ed una migliore qualità. Ciò è particolarmente vero nel settore dei prodotti a tecnologia avanzata. È partito così un fenomeno di “instabilità”, che appare inarrestabile. Il governo ha aumentato le imposte per coprire quel deficit conseguente ad un aumento della spesa pubblica, producendo l’effetto di un ulteriore aumento del costo dei nostri prodotti, congiunto ad una riduzione dei consumi interni. Si tratta di due fatti che hanno accentuato la crisi economica causando una riduzione del PIL, un aumento del deficit dello stato e creando l’attuale situazione in cui “vengono chiuse 10 000 aziende al mese”. Questa è la situazione. La causa prima della presente gravissima crisi economica è rappresentata dall’eccessiva spesa pubblica e dalle conseguenti eccessive imposte, non compatibili con lo standard dei paesi europei, di cui siamo e dobbiamo restare parte. Lascio ai politici ed agli economisti di individuare la migliore soluzione, ma non mi si venga a dire (come richiesto in una pagina di Libero di qualche giorno fa) che la via di soluzione debba passare attraverso una ulteriore pazza imposta con prelievo diretto dai risparmi degli italiani. Sarebbe come voler prendere a calci uno che sta cadendo, dicendo che si fa ciò per arrestare la sua caduta. Sono già numerose le aziende che si sono parzialmente trasferite all’estero e, ritengo, siano già molti i capitali italiani che hanno preso o stanno prendendo la via dell’estero. Lo scorso anno sembrava che Monti avesse compreso quale fosse la reale situazione ed aveva annunciato la “spending review”, affidata ad una persona eccezionale Enrico Bondi, che conoscevo da ragazzo. Ormai sembra tutto dimenticato, perché?

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