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IMU sì, IMU no - ADESSO BASTA

Caro Direttore Belpietro, Continuo a leggere (ancora oggi, martedì 14 maggio, pagina 8) dell’odiata imposta e ormai stufo di articoli, approfondimenti, previsioni, comparazioni, diagrammi, ecc. (se ne continua a parlare in modo asettico, quasi come non toccasse mai a noi ma sempre e solo al nostro vicino di casa) lancio un grido di dolore unito ad una dichiarazione (autodenuncia?): la rata dell’IMU di giugno non la pagherò. E non lo dico da cittadino e dunque a proposito della prima casa; lo dico da imprenditore e parlo di immobili che, nonostante siano definiti beni merce di impresa di costruzioni (nel nostro caso alloggi ultimati a fine 2012) la legge barbaramente e indistintamente li classifica (così accade nel comune di Baldissero Torinese) come “SECONDA CASA”, e come tale da massacrare (leggasi aliquota applicata sulla seconda casa). Un passo indietro. Sono il legale rappresentante di una piccola impresa di costruzioni edili (S.r.l. costituita dal sottoscritto, dalla mamma e dalla sorella). Abbiamo ultimato (tra mille fatiche, investendo tutti i nostri averi oltre all’indispensabile finanziamento da parte di un istituto bancario) un fabbricato composto di 10 unità residenziali. Di queste solo due sono state vendute (con compromessi stipulati a ottobre e novembre 2011, a dicembre si insediò il governo Monti e da allora per noi costruttori e finito tutto!) ed è ormai da oltre un anno che navighiamo a vista. Nel 2011 avevamo cinque dipendenti; a dicembre 2011 diventano quattro, nel marzo 2012 tre e da gennaio di quest’anno fatichiamo a tenere in forza l’ultimo operaio. Se non vendiamo al più presto qualche immobile, dovremo lasciare a casa anche lui e chiudere baracca. In queste condizioni, anche solo parlare di acconto dell’IMU (a Baldissero Torinese l’aliquota 2012 era del 9,6 per mille) è una follia e mi domando: al di là delle camionate di parole, è possibile che ad oggi non si siano ancora costituiti dei veri e propri movimenti di protesta formati da imprese operanti nel campo edile (guardandosi intorno: l’invenduto è giunto a numeri astronomici, e con questi numeri immaginiamoci l’IMU per un’impresa con venti, cinquanta, cento immobili da vendere!). Possibile che nessuno si renda conto che, in queste condizioni pagare l’IMU equivale semplicemente a distruggere posti di lavoro? E per cosa? Per mantenere invariate le entrate (e di conseguenza non imporre la riduzione delle spese) di comuni, province, regioni, ministeri, enti vari ecc.? Nella speranza che il mio grido di dolore possa trovare seguito, a disposizione di chiunque voglia contattarmi per formare un movimento di protesta, porgo i miei più sinceri saluti. Alfredo Varvello

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