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Mente aperta, frontiere chiuse.

Io rimango di stucco. Io rimango di stucco, e decisamente amareggiata, leggendo il commento di un personaggio noto (da me tanto amato in punto “fede calcistica”) che dovrebbe, a mio sommesso parere, continuare a scrivere e a parlare de “la Vecchia Signora”, in luogo di fatti di cronaca. Ancor più visto che l’articolo in questione di cronaca ha ben poco, riflettendosi, in realtà, in un’aperta, quanto mai poco delicata, critica verso i cosiddetti razzisti. Giampiero Mughini, parlo di Lei e con Lei, riferendomi al Suo articolo “Assassini neri, quel titolo non va”. Io rimango di stucco nel leggere che Lei impiega il Suo tempo, il Suo inchiostro, la Sua intelligenza e, su tutto, tre colonne di un quotidiano, per difendere (ed uso questo termine con cognizione di causa) le libere frontiere e la tolleranza. Dall’inizio: il fatto di cronaca sotteso al Suo articolo è allarmante. Uno di quelli che ti tiene sveglia la notte, che ti fa venire la pelle di cappone. Si tratta di un ghanese che, immotivatamente, inspiegabilmente, gratuitamente, attacca, ferisce, uccide, a colpi di piccone, alcune persone indifese e colpevoli, unicamente, di essere nel posto sbagliato nel momento sbagliato. E quel posto, per inciso, è proprio dietro l’angolo di casa mia. Uno di quei casi di cronaca che ti fa venire voglia di armarti, a tua volta, di un piccone e di farti la cosiddetta “Giustizia fai da te”, e di rispettare, alla lettera, le parole del Libro dell’Esodo “Quando un uomo colpisce l'occhio del suo schiavo o della sua schiava e lo acceca, gli darà la libertà in compenso dell'occhio. Se fa cadere il dente del suo schiavo o della sua schiava, gli darà la libertà in compenso del dente”. Io, personalmente, vorrei aprire un quotidiano e leggere solidarietà; in questo caso solidarietà per le vittime, per la famiglia delle vittime, per i di loro amici, per i di loro affetti, per la comunità tutta. Questo mi aspetto da un articolista, da un quotidiano, da un Paese civile, da una Nazione. E, invece, ecco stagliarsi il Suo articolo: “pericolo razzismo”. Pericolo razzismo? No, caro Mughini: il pericolo non è nel razzismo. Il pericolo non è il razzismo. Il pericolo, quello vero, intendo, quello concreto, quello attuale, è nel buonismo di chi ha permesso che questa tragedia accadesse, portando avanti, ad ogni costo, pensieri ed accademia che esaltano il “laissez-faire” etnico e il “distinguiamo caso per caso”. L’Italia, se Le fosse sfuggito qualcosa, non è in grado di aiutare gli italiani, di difendere il cristiano dal cristiano; figuriamoci se può prendersi cura, e fardello, degli stranieri. Mi piace farLe un esempio elementare, per renderLe chiaro il mio pensiero: io sona una mamma e come tale metto in conto di pagare per le eventuali e future azioni devianti di mio figlio (seppur io le scongiuri). Solo di mio figlio, però. Non certo del Suo. O di quello di altri. Passando dal particolare al generale, una Nazione dovrebbe mettere in conto di pagare (soprattutto col sangue) solo, ed esclusivamente, per le azioni devianti dei suoi cittadini e non certo per i cittadini di altri Paesi. E non è una questione di regolarità o meno, di clandestinità o meno. Tornando all’esempio citato: io faccio fatica ad insegnare il bene e l’educazione a mio figlio, e a mantenerlo economicamente. E se queste sono le premesse (e, mi creda, lo sono) non mi permetto di adottare altri bambini, ai quali ben poco potrei offrire, sia a livello educativo, sia a livello economico togliendo, fra l’altro, giocoforza ed inevitabilmente, le mie forze al mio piccolo legittimo. Ed è una questione strettamente naturale questa (leggasi, dettata dalle leggi di natura), oltre che di buon senso, non certo di morale. Certo, su una cosa sono d’accordo con Lei: le famiglie delle vittime non avrebbero certo pianto di meno se l’omicida fosse stato italiano. Ma la differenza, sostanziale, consiste in questo: non avrebbero versato lacrime se ognuno fosse rimasto a casa sua. Lei scrive “Non facciamo di ogni erba un fascio”. Io scriverei: facciamo un fascio. E rispediamolo a casa. Per il nostro bene che, mi creda, coincide anche con il Suo.

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