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Screditato, isolato, e poi ucciso

“Prima ti screditano, poi ti isolano, poi ti uccidono”. Parole di Giovanni Falcone, che la mafia l’aveva capita bene. Ma lui, Giovanni Falcone, il magistrato che per anni era stato in prima linea contro Cosa Nostra, l’uomo a cui Tommaso Buscetta aveva consegnato le chiavi di lettura per decodificare l’organizzazione, l’investigatore celebrato negli Stati Uniti per l’operazione “Pizza Connection”, con cui aveva scardinato il traffico di droga oltreoceano, ebbene, Giovanni Falcone nel corso della sua vita non aveva combattuto su un solo fronte. È stato vittima della mafia. Ma non solo. Perché l’ “attentatuni”, quei 400 chili di tritolo che alle 17.58 del 23 maggio 1992 hanno trucidato Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta Rocco Dicillo, Antonino Montinaro e Vito Schifani, sventrando l’autostrada su cui viaggiavano, è stato in qualche modo avallato dai cosiddetti “veleni di palazzo”. Un male tutto italiano. La morte di Giovanni Falcone è stata lenta, attuata scientificamente da molte mani. Mani impensabili. E ha una data d’inizio: 1987. Antonino Caponnetto, capo del pool antimafia di Palermo si dimette. Tutti danno per scontato che il suo successore sia il suo allievo prediletto. Giovanni Falcone, appunto. Ma, al momento delle elezioni, in seno al Consiglio Superiore della Magistratura, si forma una cordata in quota centrosinistra che gli preferisce Antonino Meli. La motivazione ufficiale è quella dell’anzianità. Motivazione di facciata, ovviamente. Meli si mette subito all’opera e in poco tempo svuota di senso il pool antimafia, sciolto dopo poco, e, soprattutto, scardina i principi su cui si era basato il maxiprocesso istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. E che a tante condanne aveva portato. Inizia da lì un periodo fatta di una progressiva e inesorabile opera di distruzione dell’immagine del magistrato che tanti successi professionali aveva ottenuto. Il fallito attentato dell’Addaura, le lettere anonime del “corvo”, la mancata elezione tra i membri togati del CSM nel 1990. Ma l’attacco più feroce fu quello orchestrato da Leoluca Orlando che, durante una puntata della trasmissione “Samarcanda” di Michele Santoro, nel maggio 1990, accusò il magistrato di “tenere chiusi nei cassetti” documenti importanti riguardanti i delitti eccellenti. Orlando arrivò anche a fare un esposto al CSM. Claudio Martelli, che da ministro di Grazia e Giustizia portò Falcone a Roma a dirigere la sezione “Affari Penali” del ministero, fu l’unico a denunciare la motivazione di tanto accanimento: Giovanni Falcone aveva scoperto che con Orlando sindaco di Palermo, Vito Ciancimino era tornato a imperare sugli appalti. Falcone aveva dovuto difendersi dall’accusa più infamante: quella di essere colluso con quel nemico che aveva sempre combattuto. Altri aspri attacchi seguirono. E continuarono fino alla sua morte, nel 1992. Furono attacchi politici e mediatici. Come quello sferrato dal palco del "Maurizio Costanzo Show" dal politico e avvocato Alfredo Galasso, molto vicino a Orlando, di essersi venduto alla politica e ai socialisti. Accusa da cui, Falcone dovette difendersi in diretta. Di fronte a milioni di telespettatori. Il 23 maggio 1992, la mano della mafia uccise Falcone. Ma da tempo l’aria, per lui si era fatta irrespirabile, inquinata da giochi di palazzo che nulla hanno a che vedere con la lotta alla mafia. Avvelenata da tanti che, oggi, si fregiano del titolo di “campioni dell’antimafia”. La mafia ha sì materialmente ucciso Giovanni Falcone. Ma altri si erano curati di creare la giusta atmosfera: isolandolo e screditandolo.

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