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Giovani, "Cervelli", o meno, in fuga. C'è chi fugge dall'Italia. Per chi rimane cosa si fa? Urgenti

“Fuga di cervelli”, migrazioni a scopo occupazionale, giovani menti che fuggono dall’Italia per la presunta garanzia di un futuro, di un’evoluzione, di una stabilità, di serenità e “sicurezza“, neanche vivessero in uno scenario di guerra civile. Il trattato di Schengen, non è mai stato preso così seriamente alla lettera. Chi fugge e chi resta. Ecco, chi resta, come deve fare? Figlio di un Dio minore? Malinconico sognatore di un’Italia recuperabile, un po’ retrò, come quella dei “padri”, combattente o illuso adolescente, magari, nullafacente? Nel 2013, alle porte della “regressione” economica di un “immenso” paese “senza tempo”, c’è chi ha scelto di restare, fieramente, coscientemente, responsabilmente, affrontare un mercato del lavoro che evita in maniera accurata il merito e la qualità, di prendere di petto la vita, qui. C’è chi ha scelto di rischiare di “brutto” la salute, la serenità, di mettere in gioco la propria condizione economica, la costruzione del proprio futuro personale, le proprie relazioni, la propria evoluzione, il senso e la volontà di famiglia. Ma l’attenzione dei “media” alla “globalizzazione europea” è più forte di quella macchietta di giovani italiani che rimane a lottare in patria e su questo fonda la sua comunicazione, il suo “bombardamento“, innalzando l‘insicurezza sociale ed il senso di allontanamento del lavoro. Esclusi i casi di “forza maggiore”, la grande e fiera maggioranza, lo ha fatto perché ritiene fondamentale che restare, a prezzo di un grande sacrificio costante, significhi reagire, ricostruire, dare l’impronta sempiterna, come molte prima, di una giovane generazione affatto stupida e priva di contenuti come si pensa sia; fuggire, uscire, evadere dal carcere Italia, significa mollare il proprio paese, anziché, seguendo l’esempio di numerose realtà europee, lottare con dignità, coalizzandosi in settori umani e lavorativi, spingere assieme per il cambiamento reale. Con perseveranza e lungimiranza, aggrappandosi al sogno di poter costruire una stabilità lavorativa dignitosa e reale, una famiglia trascorrendo quest’unica esistenza a lavorare per vivere e costruire, pezzo dopo pezzo, non a lavorare per “lavorare”, affinchè anche trovare un’occupazione divenga una pseudo-occupazione stessa! Se tutti fuggissimo dall’Italia per l’impossibilità di evolvere, chi ricostruirebbe, ristabilirebbe la situazione? Si lascerebbe, in tal maniera, la nostra patria in balia degli eventi. Sarebbe come se gli operai di un cantiere già aperto ed avviato, pronto alla messa in opera, si rifiutassero di erigere la struttura per la paura di non farcela o la difficoltà derivante dalla costruzione stessa. C’è chi resta in Italia e spesso lo fa con amore viscerale, quasi inspiegabile, con la volontà di veder tornare la dignità nel proprio paese, salutando, come le rondini, una nuova e lucente primavera, di rimanere attaccato alle proprie radici e tradizioni pur essendo, mentalmente, cittadino del mondo, senza anacronismo, ne muffa. Lo sceglie conoscendo le regole del gioco, in balia di governi confusi, di telegiornali “necrologio” che vomitano dati sulla disoccupazione ed inoccupazione da mettersi a piangere, sul serio. Affrontano la quotidianità sapendo di suicidi di “massa” e chiusure di attività “pluriennali“, di famiglie distrutte da una crisi arida e velenosa, di un mercato del lavoro triste ed inconcludente, in cui è saltata ogni regola. Si permane, essendo bene a conoscenza del fatto che la propria formazione culturale, personale, le proprie qualità, i “denari” maledetti spesi per lo studio universitario, che presto o tardi perderà persino il corso legale, saranno pressoché inutili; certo, all’estero gli italiani, le loro attitudini lavorative, le loro capacità culturali, il loro sistema universitario è sinonimo di garanzia. All’estero. In Italia, invece, dove tutto nasce, in tal senso, dove dovrebbe esserci terreno fertile per coltivare, far crescere e raccogliere i frutti di un talento, di speranze, di “gavette”, di qualità, di esperienze? Pressoché nulla. Un terreno arido, secco, innaffiato con tante parole, di promesse di riforme, di accordi “quadripartisan”, se non “penta”, dai tempi tecnici affamanti e dilanianti. Nonostante ciò, una grande fetta di giovani italiani, per forza o per amore, tenta di lottare in patria, di cambiare le regole del gioco mettendosi essa stessa, quotidianamente, in gioco, esponendosi a rischi notevoli. C’è chi fugge e c’è chi permette di fuggire, non offrendo condizioni quanto meno accettabili. C’è chi resta, e come dopo il devasto di una guerra, tenta di ricostruire il proprio paesino ormai maceria, mattone dopo mattone; si adatta soffrendo per sé, i propri affetti, i propri cari, e lotta sperando. Per loro, si fa abbastanza? Come s’intende procedere? Per quanto la priorità dei nostri governi sarà lodare e far tornare gli esuli, i “cervello“, o meno, in fuga, fierezza d’Italia, ed ignorare chi rimane, da denigrare velocemente ed etichettare come “gioventùnullafacentebamboccionaanacronisticasenzaesperienzamaispecializzatapocoadattaaicambiamentipigrasvogliataviziata“ ? Si cercano stimoli dai giovani, costretti, però, ad auto-stimolarsi, poiché nessuno li dona loro. Fragili, come sono, in formazione per loro derivazione naturale, bisognosi per inconscio di punti di riferimento seri, ricchi di valori, costanti, forti, al momento assenti, oltre il proprio nucleo familiare, nel sistema sociale intero. C’è chi resta e dovrebbe essere maggiormente incentivato, se in grado di meritarselo, per il fatto che ha scelto di rimanere, di farsi carico, con alto senso di responsabilità personale, di mettersi in gioco, di conoscere i rischi legati alla permanenza. Dovrebbe essere premiata, in un sistema di “premi”, la sua fatica, con azioni mirate, “economiche”, di incentivi all’assunzione, allo sviluppo di carriera ed, in derivato, personale, con spunti di positività, a trovare un’occupazione che “nobiliti l’uomo”, rispetti i criteri della libera scelta di evoluzione indipendente ed individuale, non che faccia occupare il tempo, che crei “esperienza necessaria“ non l‘anteponga spesso follemente come requisito. Tutto ciò in maniera reale, fattibile, tangibile non retorica. In attesa di chi torna, c’è chi rimane. Si crei un sistema che valorizzi il “capitale umano” nel mercato del lavoro, esaltandone, settorialmente, le qualità. Si eviti la confusione di ruoli e competenze, la quale, produce in qualità e quantità notevolmente meno. Si abbatta la società dell‘ “accontentarsi“ poiché il procacciatore del procacciatore degli affari di qualcun altro, giustamente, non lo vuole fare nessuno. C’è chi resta, e non aspetta altro che questa sua scelta venga riconosciuta e premiata, urgentemente, concretamente. si rilanci l’ambizione, abbattendo il significativo, emblematico dato che inquadra quanti, tantissimi, rinunciano addirittura a trovare un’occupazione stabile. Si riduca fortemente la burocrazia, si velocizzino i processi di accesso al mercato del lavoro. Diminuire la tensione sociale in merito alla condizione lavorativa degli italiani a partire dalla comunicazione della stessa, risulterebbe fondamentale. C’è chi resta… Emanuele Ricucci

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