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riflessioni di un uomo qualunque

Ho quarantasette anni e sono un uomo qualunque. Non sono di centro, né di sinistra, né di destra. Cerco per quanto possibile di essere obiettivo nelle mie valutazioni e, come molti oggi, mi chiedo quale realmente possa essere la via di fuga dalla crisi spiralizzante in cui si dibatte il Paese. Nel frattempo, nella tregua chiamata a gran voce dalla più alta carica dello Stato, osservo il paradosso di un “governo di servizio al Paese” in cui siedono insieme gli avversari di vent’anni di furiose battaglie - se vere o fittizie, a me, uomo qualunque, non è dato sapere - investiti del compito di soprassedere sul cronico disaccordo per dedicarsi anima e corpo al problema decisamente impellente di una crisi economica di proporzioni epocali. E mi ritrovo ad assistere al solito triste teatrino, nel quale la quantità di parole spese nelle aule parlamentari e sui media risulta inversamente proporzionale al numero - ed alla qualità - dei provvedimenti concretamente rivolti al beneficio della popolazione. Tralasciando la goffa manovra sul finanziamento pubblico dei partiti - ciò che uscirà dalla porta verrà fatto successivamente rientrare dalla finestra - peraltro presentata nella vulnerabile veste del disegno di legge, cresce con il passar dei giorni la netta impressione che la spesa pubblica rimarrà quella che era, a fronte di una “coperta” finanziaria, intessuta con il gettito fiscale diretto ed indiretto al netto del’evasione ed impreziosita di volta in volta con ricami nuovi o riciclati (leggasi IMU, ad esempio, in una delle sue mille versioni : passata, futura, presente, presunta), che come d’abitudine risulterà essere troppo corta. E qui, sempre in tema di paradossi, mi viene in mente quello di uno Stato che non paga i suoi debiti verso le imprese, ma al tempo stesso mantiene od inasprisce una pressione fiscale fra le più elevate in Europa, ritenendo opportuno avvalersi anche di mezzi di riscossione coercitivi che purtroppo, nella maggioranza dei casi, possono esercitare la propria azione solo nei confronti delle categorie più deboli - a proposito di paradossi, mi piacerebbe sapere quale intelletto sopraffino abbia potuto partorire il nome “equitalia”). Intanto, in barba ai richiami del Capo dello Stato, si parla, si discute, si litiga un po’ anche se non si dovrebbe, si salta per tutta Europa da una convention ad un meeting ad un festival, si preparano gli schieramenti per congressi ed elezioni prossimi venturi. Fra i primissimi punti dell’ordine del giorno troviamo la riforma del sistema elettorale ed io mi domando se questo possa sembrare normale ed accettabile a chi - sempre di più - non riesce a sussistere, a chi fallisce, a chi ha dei figli adulti disoccupati a carico, a chi a votare non ci va più. Forse bisognerebbe guardare al mondo reale, quello dove vive la gente qualunque, per capire che ci sono problematiche davvero urgenti, che bisogna inventarsi qualcosa in fretta perché il tempo sta per scadere. La gente deve poter pagare il cibo, le bollette e l’assicurazione (e le tasse), la gente deve poter spendere affinché l’economia ritorni a muoversi, le aziende devono poter produrre con la speranza di avere qualcuno a cui vendere, le aziende devono poter assumere nuovo personale. In breve, servono soldi, tanti e subito. Come trovarli non dovrebbe esser affar mio, in quanto uomo qualunque. Tuttavia, in mezzo a così tanti paradossi può trovar spazio anche quello di un profano, appartenente alla massa dei non eletti (il lettore dia la valenza che preferisce alla definizione), che pur senza titoli accademici tali da qualificarlo come tecnico o saggio, getta un sasso nell’immenso stagno della rete nella speranza - od illusione ? - che qualche mente illuminata possa raccoglierlo, mondarlo dalle eventuali impurità e tradurlo in un progetto nel quale il decisionismo possa finalmente prendere il sopravvento sulla schiera dei temporeggiatori e sui tentennamenti di una classe politica abbarbicata al suo palazzo. Avendo rinunciato alla sovranità in politica monetaria con l’ingresso nell’eurozona, non possiamo stampare carta moneta (e comunque, gli eventuali benefici a breve di modelli di politica monetaria espansiva nello stile Abenomics sarebbero tutti da dimostrare e non giustificherebbero l’elevato rischio di effetti collaterali drammatici nel medio e lungo periodo). Il prelievo forzoso di una parte del risparmio è una mossa da regimi totalitari, così come qualsiasi altro provvedimento simile a carattere retroattivo. Ergo, non ci resta che trovare un modo concreto di tagliare le spese e gestire le poche risorse in maniera più oculata del passato. Di fatto, è in corso un’emergenza e dunque l’importanza del concetto di un “governo di servizio al Paese” è del tutto condivisibile. Vista la natura radicale degli interventi da effettuarsi, ad esso andrebbe affiancato un ampio moto di solidarietà nazionale, che dovrebbe coinvolgere tutta quella fascia di popolazione ancora lontana dalla soglia di povertà. In questo scenario, proviamo allora a pensare ad un Capo dello Stato e ad un governo che si prendono la responsabilità di dichiarare lo stato di emergenza - sospendendo, se necessario, anche la Costituzione - ed autorizzano provvedimenti straordinari in grado di fermare il disastro incombente e rilanciare gradualmente l’economia del Paese. Per esempio, proviamo a pensare ad un periodo di tre/cinque anni durante il quale fissare un tetto massimo di tremila euro mensili per le retribuzioni di cariche pubbliche e per le pensioni, minimizzando ad un gettone di mille euro extra quelle doppie o triple derivanti dai famigerati diritti acquisiti, in attesa di tempi e leggi migliori. Per esempio, proviamo a minimizzare la pletora di commissioni, sottocommissioni e quant’altro appesantisce gravemente i costi della macchina pubblica senza generare alcun beneficio immediato per la cittadinanza. Per esempio, proviamo a ridistribuire una tantum o periodicamente una parte del denaro risparmiato a favore delle famiglie meno abbienti, a formalizzare immediatamente uno sgravio sostanziale del cuneo fiscale per le aziende al quale far corrispondere l’obbligo di innalzamento dei salari e la riduzione nella forbice tra le retribuzioni del management e della manodopera, ad aprire in tempi brevissimi uffici su tutto il territorio nei quali promuovere l’utilizzo dei fondi strutturali disponibili, a gestire fattivamente i fondi settoriali, a ripartire in maniera più equa il peso fiscale. In una parola, proviamo. Anzi, provateci voi. Politici, tecnici, saggi, statisti, presidenti, segretari, ministri. Io, come tanti, sono solo un uomo qualunque. Lo sviluppo tecnologico ha cambiato il mondo, ma non è - e non sarà mai - in grado di mutare la natura umana. La storia insegna che quando un popolo arriva alla fame, il sistema fatalmente implode. Questo è un pericolo concreto per tutti, anche per quella minoranza che ad oggi non condivide i gravissimi problemi del resto della popolazione.

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