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Quel copione usa e getta che non insegna nulla

Il copione è sempre lo stesso: lo sconcerto quando irrompe la breaking news, il rincorrersi dei dettagli, dinamica, nome, provenienza. L’aeroporto militare di Ciampino, la bara avvolta nel tricolore che scende dal C-130, la sfilata delle autorità, lo strazio dei familiari, gli occhi velati dei colleghi. I funerali solenni, le note del silenzio. Poi cala il sipario. Durata totale: 3 giorni circa. Accompagnati, immancabilmente, da stucchevole retorica e sterili polemiche. Dieci anni e 53 bare non ci hanno insegnato proprio nulla. Siamo ancora impantanati nei luoghi comuni: i mercenari, gli occupanti, ma anche gli eroi, i miti. Gli attacchi ciechi e la pomposità lacrimevole. Quand’è che l’Italia inizierà a vedere i suoi militari per quello che realmente, e molto semplicemente, sono: donne e uomini che scelgono di intraprendere una professione impegnativa, estrema, perché estreme possono essere le conseguenze, ma pur sempre una professione. Una scelta totalizzante, che ti richiede di credere in quello che fai. Perché non potrai facilmente dire di no, perché dovrai eseguire, perché dovrai ingoiare qualcuna delle domande che ti verranno in mente quando ti verrà richiesto di fare qualcosa. I soldi, sì i soldi, la crisi, la disoccupazione, i militari del sud che si arruolano perché nel disgraziato meridione non c’è lavoro. Va bene, c’è anche questo. E vorrei vedere che se ti spediscono in un posto come l’Afghanistan, dove ogni giorno esci dalla base senza sapere se e come ci rientrerai; dove le docce sono magari a cento metri dal tuo alloggio, e non puoi non farla, perché la polvere, durante la giornata, ti è entrata dappertutto; dove non esiste la domenica, non c’è Natale, Capodanno né Pasqua, ma non c’è neppure orario di lavoro, perché in Afghanistan non si timbra il cartellino; dove non c’è luogo sicuro, perché può sempre piovere un razzo dal cielo e colpire la base, magari proprio il tuo alloggio; dove non c’è svago, e non solo perché, se c’è, nell’unica pizzeria incontri sempre i soliti colleghi, finisci a parlare sempre di lavoro e mangi sempre la solita pizza, ma perché col cervello, lì dentro, non stacchi mai. Ebbene, vorrei vedere che non ci fosse una contropartita economica: la professionalità, il sacrificio si pagano. Come si pagano in altri mestieri e in altre professioni. Né più né meno. Le esequie solenni quando rientrano in Italia avvolti nel tricolore? Perché a loro sì e ai morti sul lavoro no? Semplice, perché lì, a fare quello che stanno facendo, ce li ha mandati lo Stato. Quindi noi. Per i nostri interessi. Per la nostra stessa sopravvivenza. Piaccia o no. E chi ha autorizzato tutto questo è un Parlamento eletto democraticamente. Se poi non si crede nello Stato, non si scarichi la frustrazione sui militari. Quello è un altro discorso. Lo Stato, la Costituzione e quell’inflazionato articolo 11 che recita “L’Italia ripudia la guerra”? Vero. Quello stesso articolo, tuttavia, prosegue. E recita che l’Italia “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”. Cos’è che spinge a leggere solo fino a metà un articolo della Costituzione, se non un bieco tentativo di strumentalizzarlo? Le polemiche, gli attacchi di parte e il pacifismo peloso sono tutti figli di una stessa malattia endemica. Finora nessuno (e dico NESSUNO) ha mai avuto il coraggio di dirci come stanno le cose: che le Forze Armate sono, come in tutte le Democrazie Occidentali, uno strumento di Politica Estera. Ecco perché ci ritroviamo ancora la partigianeria, i pout-pourri di argomentazioni pretestuose, gli impianti che si fondano sul nulla se non sull’ignoranza, che toccano a volo radente e fanno un unico, insensato minestrone di argomenti delicati e molto, molto complicati, quali l’Afghanistan, la sua situazione e la sua storia, il narcotraffico, le lobby delle armi, le politiche energetiche, il terrorismo, l’economia e la finanza, la disoccupazione nel nostro Paese, gli stipendi di chi va in missione, le famiglie che restano a casa, l’ansia del telefono che non squilla. Smettiamola di mascherare le nostre Forze Armate con i vestiti di scena che al momento fanno più comodo, perché alla fine resta solo l’allegoria. Finiamola con i portatori di pace, i dispensatori di zainetti e caramelle, i “core de mamma” e i capitani Corelli. I nostri militari sono professionisti. Niente altro che questo. Quando avremo introiettato questo, per magia, anche la retorica, da qualunque lato provenga, scomparirà. L’Italia forse si ritroverà a essere un Paese un po’ più maturo. E, soprattutto, si restituirà agli uomini e alle donne in uniforme una dignità. Perché, come loro stessi dicono: “queste rappresentazioni distorte ci hanno snaturato”.

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