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Il cilindro del mago. Pieno di F35.

Un cilindro del mago. Pieno di F35. Che magnifica argomentazione, buon per tutte le stagioni e per ogni tipo di dibattito. Estate, inverno, prêt-a-porter. “La Rai non si vende, piuttosto diminuiamo gli F35” (Roberto Fico, M5S, presidente Commissione di Vigilanza Rai). “Il costo di due F35 è di poco inferiore al taglio dei trasferimenti statali al Comune di Milano” (Giuliano Pisapia, eletto Sindaco di Milano con SEL). Sono solo alcuni esempi dell’inesauribile scia di politici, sindacalisti, scrittori, filosofi e artisti che vorrebbero il ritiro dell’Italia dal Programma “Joint Strike Fighter”. “Spesa inutile, soldi che potrebbero essere destinati ad altre emergenze” è il leit-motiv che come un disco rotto sentiamo ripetere a ogni piè sospinto. L’argomentazione è strumentale e profondamente ideologica. Per un motivo molto semplice: questi stessi soggetti avrebbero aizzato la polemica anche se il Paese si trovasse nel più florido dei cicli economici. Perché non è un problema di destinazione delle risorse. È un problema di antimilitarismo militante. L’ultimo parto è stata una mozione presentata in Parlamento la cui discussione è in agenda per i prossimi giorni. Chiede il ritiro dell’Italia dal progetto. Le firme sono quelle di SEL, M5S e qualche parlamentare del PD. Manco a dirlo. Purtroppo, però, il mondo non gira come questo esercito pacifista vorrebbe. Perché la sicurezza non si garantisce con i fiori nei cannoni. Si garantisce anche con le armi. E la sicurezza non è un concetto astratto, perché è la precondizione che permette a un Paese di esistere e crescere economicamente, con i suoi cittadini intenti a svolgere le proprie attività in piena tranquillità. Ultimo, ma non ultimo, è la calda culla che permette ai pacifisti più convinti di scagliarsi contro le armi (e l’acquisto degli F35). Non solo. Questi velivoli, così vituperati, andranno a sostituire gli ormai obsoleti Tornato, AMX e AV8. E non per un capriccio di modernità: bensì perché mantenere in vita quei mezzi costerebbe una cifra di gran lunga maggiore rispetto a quella destinata all’acquisto degli F35. Eliminarli del tutto? Forse, nel mondo dei sogni. In quello reale, quello in cui viviamo, uno Stato deve essere in grado di controllare e difendere i propri territori, mari e cieli. Un Paese che rinuncia al controllo del proprio spazio aereo è un Paese che rinuncia a un pezzo della propria sovranità. Sic et simpliciter. E poi, sempre rimanendo nel mondo reale, sullo scacchiere internazionale si conta solo se si è in grado di intervenire nelle crisi internazionali, sempre più numerose e sempre più “vicine”. Presenti le “primavere arabe”? Quei fenomeni che hanno infuocato i Paesi da cui ci divide giusto un braccio di mare? Ecco, anche quelle! Infine, contare sullo scenario internazionale non è un vezzo. È qualcosa che ha che vedere con un concetto sconosciuto ai pacifisti militanti: la lungimiranza. Contare vuol dire avere credito. E chi, meglio dell’Italia, può capire quanto sia importante avere credito internazionale anche e soprattutto per i risvolti di tipo economico? Argomentazioni pretestuose e ideologiche, incomprensibili per quanti ancora, imperterriti, vogliono rimanere aggrappati a vecchi e miopi stereotipi? Va bene, allora parliamo di dati. E i dati dicono questo: circa 1000 posti di lavoro (che andranno aumentando nei prossimi anni) e 60 aziende italiane che verranno coinvolte nell’assemblaggio del velivolo. Può bastare?

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