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La trappola dell’apprendistato. Imprenditori non cascateci

Voglio raccontare la mia esperienza per portarla ad esempio e monito per gli imprenditori che avessero la malaugurata idea di assumere dei giovani con il “contratto di apprendistato”. La società di cui ero amministratore, del settore dell’informatica e delle telecomunicazioni, anni fa, avendo bisogno di una figura di segretaria assunse, con contratto di apprendistato di 36 mesi, una ragazza di 21 anni. La ragazza era davvero digiuna di ogni conoscenza di segreteria, di amministrazione, di contabilità generale: aveva un diploma di scuola superiore ed aveva fatto la baby sitter e la cameriera in pub e ristoranti. Le abbiamo insegnato tutto. Non sapeva neanche rispondere professionalmente al telefono né accendere il computer, non conosceva Word ed Excel, non sapeva cosa fosse una “prima nota”. Tremavo ogni volta che varcava la soglia della mia stanza: non mi portava mai la soluzione del problema affidatole anzi, solitamente, ne creava un altro. Dopo tre anni aveva imparato qualcosa, grazie alla mia personale pazienza e a quella dei colleghi ma alla fine del periodo di 36 mesi di apprendistato, per il bene dell’azienda, decidemmo di non confermarla e far quindi valere la scadenza naturale del contratto. In un paese civile la cosa sarebbe finita lì, probabilmente con i ringraziamenti della ragazza che comunque aveva imparato cose nuove a lei sconosciute ed avrebbe potuto aggiungere qualche riga al suo curriculum. Invece siamo in Italia e indovinate cosa accade? Dopo qualche settimana, la ragazza fa pervenire all’azienda una citazione davanti al tribunale del lavoro avvalendosi della consulenza, totalmente gratuita per lei, di un legale della CGIL. Nella citazione si contestava il concetto di apprendistato: in pratica si sosteneva che il contratto di apprendistato era stato pretestuoso e di comodo, applicato solo per riconoscerle uno stipendio più basso ed avvalersi di vantaggi contributivi affermando che la ragazza aveva già gran parte delle conoscenze ed anzi era quasi un’esperta segretaria di direzione. La società aveva molti testimoni in grado di confermare la totale inesperienza della signorina. Chiedemmo al giudice di ascoltarli. Il giudice non volle neanche convocarli ed ha creduto alle surreali ipotesi formulate dal legale della CGIL condannando la società al pagamento di somme per la signorina e al ricalcolo dei contributi. Ed ecco alcune considerazioni su cui invito a riflettere: a cosa serve il “contratto di apprendistato” se chiunque, con la consulenza (meglio definirla complicità) di un sindacato, alla sua scadenza, può citare il datore di lavoro affermando che, nonostante la giovane età e non avendo mai fatto mestieri diversi dalla cameriera in un pub, era già edotta, anzi esperta, di segreteria direzionale e contabilità? A cosa serve il contratto di apprendistato se poi un giudice schierato acriticamente solo dalla parte dei “lavoratori” (tutti sanno che nei tribunali del lavoro è la norma), invece di infliggere alla signorina il pagamento delle spese per la pretestuosa citazione, le dà ragione e condanna l’azienda? La disoccupazione giovanile è a cifre da record ma se sommiamo questo rischio di contenzioso al costo esagerato del lavoro mi chiedo e vi chiedo: perché le imprese italiane dovrebbero assumere i giovani e soprattutto perché utilizzare il contratto di apprendistato che può rivelarsi una trappola?

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