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"la bellezza salverà il mondo"

Con questa frase, Fëdor Michajlovic Dostoevskij, ha espresso un concetto fondamentale e unico, talmente articolato da apparire perfino semplice nella sua interpretazione ma, attenzione: il terreno è davvero periglioso. Carlotta Nobile, ventiquattro anni, dirige l’Orchestra dell’Accademia di Santa Sofia. Famosa quanto affermata violinista si dimostra da subito un talento naturale. Subito…una parola che significa “fretta”, “fare in fretta”, prima che il buio ti raggiunga. Ma di quale buio si sta parlando? Carlotta Nobile si è spenta poche ore fa, uccisa da un cancro. “Con il male, apprezzo la vita. Non so più quanti centimetri di cicatrici ho. Ma li amo tutti. Sono i punti di innesto delle mie ali”. Così scriveva Carlotta. La bella avvocatessa di trentasei anni, Lucia Annibali, colpita e sfigurata al volto dal fidanzato geloso, parla della sua vita con il “viso cancellato”. La sua è una battaglia senza quartiere. Raccontando dell’agguato, scrive: “ Mi ha guardato un istante, ho visto che aveva in mano un barattolo…la mia faccia che friggeva e io che rantolavo. E urlavo, urlavo tantissimo”. Violentatori regolarmente denunciati e nessuno che se ne occupi realmente nonostante la legge del 2009 sullo stalking, articolo 620 bis del codice penale. Ogni giorno, ogni ora, una donna è vittima di violenza. Quando la disgraziata muore, non è assassinio ma femminicidio…un femminicidio in costante e preoccupante aumento. Il vocabolario della lingua italiana ancora non prevede questo termine ipocrita e puzzolentemente vigliacco. Che cosa fa la polizia, oltre a lasciare imputridire in polverosi cassetti le centinaia di denunce che vengono presentate quotidianamente dalle vittime. E gli psicologi, gli assistenti sociali, i giudici? D’accordo, non tutti saranno così ma la percentuale degli “sprovveduti” è drammaticamente alta. Pirati della strada che, dopo aver ucciso giovani innocenti, si costituiscono ma solo perché braccati dalle forze dell’ordine. Nessun senso di colpa da parte di questi “criminali”, nessuna consapevolezza, nessuna coscienza…quasi un “dolore sterilizzato”, quello dell’indifferenza più assoluta, totale. Qual è il momento più triste per uno scrittore? Quando, col suo romanzo, si trova a un punto morto e non riesce ad andare né avanti, né indietro. Che cosa deve fare per uscirne? “Fare un viaggio”. Così consigliava Alberto Moravia al giovane scrittore di allora, Giorgio Montefoschi. Un viaggio esotico ma non nel senso spirituale del termine bensì scegliere un posto che non si conosca affatto, un luogo straniero. “Al ritorno di questo viaggio vedrà il suo romanzo con una mente nuova”. La stessa cosa fece il grande scrittore partendo per l’Urss. Al ritorno del suo viaggio, scrisse un libro: Un mese in Urss. Un libro meraviglioso, ricco di dettagli e soprattutto di concetti che svelano parte dei segreti sulla vita. Al capitolo quinto, Moravia raggiunge l’apice della sua spiritualità intitolandolo” Sterilità del dolore”. Quel dolore umano che riguarda ciascuno di noi, nessuno escluso. Quel dolore in Unione Sovietica che dalla Rivoluzione alle due guerre mondiali ha mietuto milioni di vittime innocenti. Da Hitler a Stalin. Un dolore che inizia a convivere con l’indifferenza, vivere straziati in un buio senza fine, da lutti immensi fino a rendere, per forza di cose, questa gente sterile e indifferente al dolore. Dostoevskji fu molto amato da Moravia. Prima di lui, il grande scrittore russo, aveva compreso che non può esserci assuefazione al dolore e che solo una profonda sofferenza può farci apprezzare le cose semplici, ma che non sono mai banali, della vita. Sono le cose belle, le cose pulite, quelle cose che danno un significato alla vita a ciascuno di noi. “Non so più quanti centimetri di cicatrici ho. Ma li amo tutti. Sono i punti di innesto delle mie ali”. Ecco perché la bellezza salverà il mondo!

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