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La legge è uguale per tutti?

Si è molto dibattuto ultimamente riguardo il buon funzionamento della giustizia italiana, complici anche le avventure legali di Silvio Berlusconi. La magistratura, attaccata dall’opinione pubblica riguardo il suo malfunzionamento, qualche tempo fa, è stata sempre egregiamente difesa del Presidente della Repubblica Napolitano. Ma a quanto pare non si è domandato che cosa possa effettivamente minare la fiducia della popolazione nel nostro sistema giudiziario. Forse la consapevolezza che la scritta che campeggia in ogni aula di tribunale sia una beffarda presa per i fondelli. A ben guardare gli esempi, più o meno illustri, di processi e inquisizioni, questa idea non può che rafforzarsi. La legge sembra essere uguale per tutti quando “tutti” sono unicamente il popolo, ma già qui parte la prima differenziazione: a parità di reato, un italiano ha molte più possibilità di essere condannato ad una pena più dura rispetto a quella che potrebbe essere appioppata ad un immigrato. Motivo? Viene da un’estrazione sociale differente, vive un momento difficile, c’è un problema di integrazione e via discorrendo. Come motivazioni, sono in parte condivisibili, ma assolutamente non sufficienti per fornire una sorta di giustificazione per un eventuale reato. E per quanto il popolo possa essere tollerante ed imbevuto di buonismo, fatica certamente a sopportare una simile differenziazione. Diverso è il discorso che si può fare per il reato di possesso di sostanze stupefacenti, questa volta fra cittadini italiani. Qui entrano in gioco fattori sociali forse ora dimenticati causa l’aggravarsi di altre problematiche, ma che non si sono mai sopiti del tutto. Prendiamo per esempio due uomini, uno di ceto medio ed uno di ceto alto. Entrambi hanno in tasca lo stesso quantitativo di droga della medesima qualità e tipologia: di fronte alla giustizia italiana, il cittadino medio verrà molto probabilmente accusato di possesso ai fini di spaccio, in quanto la sua condizione sociale ed economica potrebbe spingerlo a cercare, per così dire, un’attività atta ad arrotondare. L’uomo di ceto più elevato, sebbene andando incontro ad un qualche tipo di pena, quasi sicuramente non verrà accusato di spaccio, avendo una situazione economica agiata e quindi potendo evitare di prendere rischi con attività del genere. Altro discorso che si potrebbe fare sarebbe quello che prende in considerazione la popolazione italiana in generale: partendo dalle cause civili, quelle che potremmo definire “ordinarie”, i cui processi si dilungano inutilmente per anni, portando all’esaurimento (nervoso) le varie parti. Allo stesso modo, i processi penali per reati molto gravi si prolungano fino all’estremo, giungendo spesso alla tanto agognata prescrizione e concludendosi così con un dispendioso quanto irritante nulla di fatto. In genere, questo succede per quanto riguarda i reati di mafia. E nell’eventualità che un processo del genere giunga a conclusione, il condannato sarà comunque scarcerato per buona condotta o con altre scuse balorde, trovandosi così a piede libero prima ancora di aver capito a che ora distribuiscono i pasti in prigione. Per non sbagliare, ogni governo di centro-sinistra che si rispetti si preoccupa in primis di scarcerare un po’ di gente. Ultimi beneficiari di questa perversa abitudine squisitamente “pidìana”, gli accusati di stalking. Alla faccia di tutte le vittime di femminicidio degli ultimi tempi. Per quanto riguarda i reati legati alla politica, la distinzione è sotto gli occhi di tutti. Berlusconi viene condannato in secondo grado nel processo Ruby e in cassazione per il processo Mediaset, mentre dello scandalo Monte dei Paschi non si sa più nulla. Bersani aveva minacciato fuochi e fiamme se fosse stato sfruttato lo scandalo a fini elettorali, e probabilmente perché anche in parte avversa vi saranno altri Monti dei Paschi pronti a spuntare. Ma questo scandalo pare aver fatto la fine di situazioni come Telekom Serbia (caso morto e sepolto insieme a Milosevic). Se menzioniamo quello che accadde all’IRI per mano di Romano Prodi, poi, ci si rende conto della maestria di giornalisti e giudici nel distinguere il colore politico di una vicenda, ovviamente anche in questo caso insabbiata in maniera magistrale. Insabbiata dal giovane magistrato che aveva diretto le indagini e che, al momento di arrestare Prodi, gli venne offerto un ministero al successivo governo Prodi in cambio della libertà e del silenzio. Questo giovane magistrato, che aveva precedentemente dichiarato “non entrerò mai in politica”e che risponde al nome di Antonio Di Pietro, è stato cacciato a casa dagli elettori alle ultime politiche e ora coltiva girasoli in Molise. Comunque sia, non solo queste vicende non hanno avuto un seguito a livello, legale, ma pare abbiano subito una vera e propria damnatio memoriae. Per quale ragione? E perché pare essere dovere di ogni retto cittadino, tacere (anzi, magari rallegrarsi per la condanna di Berlusconi)?

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