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A proposito di giudici...

Caro Direttore, è difficile sottrarsi alla tentazione di commentare, anche a giorni di distanza, la sentenza della Cassazione, che ha condannato a quattro anni di detenzione un ex Presidente del Consiglio, da un ventennio capo carismatico di uno dei principali Partiti del Paese, alla guida dello schieramento di centro-destra nel panorama politico italiano. Da uomo di destra, non ho mai ritenuto che l’alleanza con Berlusconi – che pure confesso di aver votato più volte – fosse un “bene assoluto” per la mia parte politica: fin dai tempi remoti delle ripulse di Malagodi e del Partit(in)o Liberale nei confronti delle avances micheliniane, finalizzate alla costituzione di una “grande destra” che federasse appunto missini, monarchici e liberali, ho sempre pensato che la visione liberale, basata sull’individualismo, sull’economicismo, sul laicismo, non fosse compatibile con i valori della destra, non già di quella “economica”, ancella del capitalismo più cinico, bensì di quella spiritualista, nelle sue varianti guelfa o ghibellina, cattolica o pagana, eroica o solidarista. Tuttavia, i casi della storia avevano condotto il corpo elettorale che non si riconosceva - e non si riconosce – in una visione del mondo collettivista, materialista e, da ultimo, giacobina, sulla strada senza alternative del “berlusconismo”. Ho parlato di “casi della storia” in questi decenni, e il Caso ha spesso assunto le sembianze di un Magistrato. Fin dai tempi di Tangentopoli, si è prodotta una mutazione nella figura dell’Uomo di Legge, sia sotto il profilo della sua presenza e funzione all’interno delle Istituzioni e della Società, sia sotto quello della percezione che ne ha avuto il cittadino. E’ ben lontana l’epoca in cui la malavita organizzata nutriva rispetto per il Magistrato, che non poteva essere toccato, in quanto cavalleresco seppur irriducibile avversario; e sono lontani anche i tempi in cui un magistrato parente o amico di famiglia, prima di accettare un invito a pranzo, chiedeva chi avrebbe trovato a quella mensa, per evitare ogni e qualsiasi coinvolgimento, compromissione, pettegolezzo o magari larvato conflitto di interessi. Non parliamo poi della presenza nei mass media, come protagonisti di interviste e servizi fotografici o come star televisive: al massimo, in quei tempi, un inquirente o un giudice potevano apparire nella penombra della ribalta, in veste di solerti funzionari dello Stato, comprimari nel quadro di anodini resoconti di fatti di cronaca. Ebbene, pur essendo cambiati tutti gli elementi della rappresentazione, la figura e il ruolo del magistrato sono rimasti immutati, e non solo dal punto di vista dell’assetto Istituzionale e costituzionale. Ad esempio. Il magistrato, malgrado le pressioni dell’opinione pubblica - manifestata, in qualche caso, attraverso lo strumento referendario - continua ad essere civilmente e politicamente irresponsabile, ad essere isolato dai processi in atto nella società, a rispondere unicamente all’imperio di leggi – e qui sta un primo paradosso – la cui produzione alluvionale si deve ad una classe politico-parlamentare che poi più di una volta ne è stata vittima, grazie al potere interpretativo ed applicativo unico e insindacabile conferito al magistrato stesso. Ne è derivato un dominio eminente e dunque uno squilibrio tra Poteri, di cui non si avvertiva il rischio, fino a quando l’uomo della legge si atteneva ad un codice di comportamento non scritto, ma ispirato ad una riservatezza, ad una prudenza, ad una “terzietà”, che venivano percepite come tali dai cittadini e dalle istituzioni e che, con tutta evidenza, sono ormai andate perdute. Nel segno della legalità formale, ma infrangendo quel codice di comportamento, molti magistrati non solo ambiscono a farla da protagonisti sulla scena mediatica, ma rivendicano – formalmente, ripetiamo, a ragione – il diritto di manifestare, ad esempio, le proprie opinioni politiche, fino alla militanza. In parallelo, le giuste preoccupazioni e tutele di autonomia, si sono trasformate, agli occhi dei cittadini, in una feroce autodifesa di privilegi (a partire da quelli economici, con emolumenti che, specie in tempi di crisi, offendono la sensibilità della gente comune, almeno quanto quelli della “casta politica” e che possono essere ulteriormente incrementati grazie a consulenze spesso di dubbia opportunità). Dunque, proliferazioni di leggi – non di rado contraddittorie - e maggior potere a chi è chiamato ad interpretarle e ad applicarle, con il sospetto che, a volte, queste interpretazioni rispondano ad un interesse politico. Il tutto, senza curarsi di valutare – il giudice, intendiamo – le conseguenze di un verdetto sulla vita di tante persone: il caso dell’ILVA di Taranto è il più recente e macroscopico, ma la stessa condanna di Berlusconi ne costituisce un esempio. Quali ricadute politiche, sociali, economiche avrà questa o quella sentenza? Al giudice poco o nulla importa, a patto che venga salvaguardata la regolarità formale delle procedure (regolarità sulla quale potrà eccepire, del resto, soltanto un altro consesso di Giudici, legati da una solidarietà “perinde ac cadaver”, o al più, la stampa, peraltro a rischio di denunce dall’esito scontato). E allora? Si torna a parlare di riforma della giustizia, ma come al solito, lo si fa brandendo lo spirito di parte e badando a vantaggi o svantaggi che potrebbero derivarne a questo o a quel partito, nell’immediato. Nel frattempo, il potere vero – che si tratti di un Magistrato o di un Burocrate - continuerà ad essere nella mani di soggetti sottratti al consenso del cittadino elettore. Fino a quando la Politica non si renderà conto di questa situazione e non ne trarrà le conseguenze, ogni conato riformatore sarà inefficace, con evidenti rischi e danni per la politica, per la democrazia e per tutti i cittadini. Giuseppe Del Ninno

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