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Togliete il megafono al compagno Epifani

Il neo segretario del Partito Democratico ed ex segretario generale della CGIL, Guglielmo Epifani, aveva ricevuto un incarico e uno solo: "traghettare" il PD alle prossime elezioni in un momento difficile per il partito. Ed il suo sarebbe dovuto essere un lavoro delicato, meticoloso, quasi chirurgico perchè la situazione lo richiedeva, e lo richiede. Ad un osservatore esterno il PD appare una cozzaglia di correnti e pensieri politici, a volte anche agli antipodi fra loro. Nel dettaglio l'ex sindacalista avrebbe dovuto conciliare le posizioni "progressiste" di Renzi, con il conservatorismo della vecchia guardia. Quella vecchia guardia alla quale però anche lui appartiene. Il fatto è che la crisi economica e, di conseguenza, anche occupazionale, ha creato incontrollate tensioni anche fra gli stessi elettori del centrosinistra, che non si accontentano più di sentirsi riperete che questo paese è vittima della cattiva politica Berlusconiana, e pretendono, ora che il primo ministro è uno dei loro, di assumere provvedimenti urgenti e risolutivi per iniziare a provare almeno un po' di sollievo nella sofferenza quotidiana. Eppure Epifani dimostra, con le sue spallate a ripetizione, che lui è più interessato a screditare questo governo di larghe intese, che non a sostenerlo, perchè abituato ad affrontare le piazze e i militanti col megafono in mano urlando e sbraitando. Questa è la sua immagine di vecchio comunista che vuol far passare di sè. Ma nel momento in cui è richiesto spirito e animo di mediazione, di pacatezza nelle espressioni, di equilibrio fra le diverse idee interne al parito, di delicatezza istituzionale, entra nelle vicende politiche come un elefante in una stanza di cristalli. Mentre Letta si è rimboccato le maniche, vaccinato contro l'atavico virus antiberlusconiano, e a testa bassa cerca uno spiraglio per aiutare quest'Italia in ginocchio, lui, l'ultimo dei guerrieri ex-comunisti, continua nella sua martellante opera di logoramento. Sussurra all'orecchio del presidente del consiglio, suggerimenti sul come far "saltare il tavolo". L'obiettivo è chiaro: giungere alla resa dei conti, ma non solo col PDL o il M5S, anche nella guerra in corso, tutta interna al partito, tra restaurazione e rinnovamento. Da una parte lui, Bersani, Finocchiaro, Bindi e l'ex nomenklatura che va da Dalema a Fassino, e dall'altra i due piccoli-grandi innovatori: Letta e Renzi. E nulla importa il segnale giunto dai cittadini alle ultime elezioni, nulla importa dei richiami del Colle a cercare di tenere in piedi questo "strano" Governo, lui, ha il megafono in mano e, cascasse il mondo, ci vuole urlare dentro lo strazio e l'agonia di una vecchia politica che stà morendo e della quale lui ne è ora il leader. Gli italiani possono aspettare.

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