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IN DEMOCRAZIA SI VINCE COL VOTO, NON CON I CARABINIERI

IN DEMOCRAZIA SI VINCE COL VOTO, NON CON I CARABINIERI Una moderna società liberal-democratica, come avviene per qualsiasi organismo vivente, basa le sue condizioni di “buona salute” sugli equilibri dei vari elementi che la compongono: equilibrio fra i poteri dello stato, fra lo stato e i cittadini, fra le varie forze politiche che si alternano al governo del paese. Purtroppo, in Italia, terra di opposte e sanguinarie fazioni perennemente in lotta fra loro, da sempre si coltiva invece l’idea che lo scopo supremo dell’attività politica sia l’eliminazione - se occorre anche fisica - degli avversari, così come avviene nello storico ed emblematico Palio di Siena, dove il godimento massimo di ogni contradaiolo consiste nel vedere gli avversari disarcionati e ruzzolanti nella polvere. Sfugge, all’italiano da secoli abituato a confondere la patria con la propria contrada, il fondamentale concetto che la democrazia non si basa sul potere della maggioranza, com’è dimostrato dal fatto che le più forti (e false) maggioranze, le cosiddette “maggioranze bulgare”, si realizzano negli stati totalitari. Il sale della democrazia, dunque, non sta tanto nel predominio di una maggioranza, quanto nell’esistenza di una minoranza in grado di controllare e di bilanciare la maggioranza al potere, alternandosi con essa al governo del paese. Quando le dinamiche democratiche si affievoliscono, quando le minoranze si sfaldano, o quando, anziché fare il proprio mestiere opponendosi con vigore a chi governa, cercano l’inciucio, e come conseguenza il potere rimane troppo a lungo nelle stesse mani, la democrazia degenera, e si rischia di assistere, come la storia anche recente insegna, all’affermarsi del qualunquismo e dell’astensionismo elettorale, al sorgere di movimenti estremistici, di organizzazioni eversive, di attività terroristiche. Il brutto spettacolo messo attualmente in scena dalla politica italiana è esattamente frutto della mentalità antidemocratica e faziosa che da secoli serpeggia nell’animo dei nostri connazionali, una mentalità, si noti, che è stata grandemente alimentata dalle teorie marxiste fondate non sul rispetto degli avversari politici, ma sull’odio di classe, sulla violenza rivoluzionaria, sul fine che giustifica ipocritamente ogni mezzo. Qui non si tratta di essere pro o contro Berlusconi. Il medesimo discorso che stiamo facendo varrebbe se vittime della lapidazione giudiziaria cui attualmente è sottoposto il leader del centro-destra fossero invece Letta, D’Alema, Vendola, Grillo o qualunque altro esponente politico. Si cita, per giustificare il tentativo di eliminazione del capo dell’opposizione, l’articolo 3 della Costituzione, il quale afferma l’eguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. Occorre, a questo proposito, smetterla con l’ipocrisia giustizialista strumentalmente messa in campo dai nemici dell’ex-premier. Innanzitutto occorre dire che non si può dare lezioni di etica riguardo alla legge che deve essere uguale per tutti quando si condanna a quattro anni di reclusione il maggiore contribuente italiano per un’evasione fiscale proporzionalmente minima rispetto ai miliardi di euro da lui versati nel corso degli anni, mentre tutti gli altri grandi evasori italiani, Agnelli in testa, se la sono sempre cavata gratis, o al massimo con delle ammende. Occorrerebbe poi avere l’onestà di ammettere che tutte le grandi aziende internazionali operanti nel mercato globale devono, se vogliono competere efficacemente in un mondo dove la tangente è la regola assoluta, mettere in conto la necessità di avere a disposizione, senza essere vessati dalle magistrature del loro paese, fondi extra-contabili con i quali ungere le ruote. E’ un discorso che di certo indurrà le finte anime belle della sinistra giustizialista a mettere in scena il teatrino dell’indignazione, ma la realtà è questa, e se non si vuole finire nel gorgo della crisi economica e della disoccupazione, occorre accettarla, e magari non avere paura di istituzionalizzarla, seguendo l’esempio degli americani, che la chiamano lobby, e la praticano alla luce del sole. Il recente caso di Finmeccanica, indagata dalla Procura di Busto Arsizio per corruzione nella fornitura di elicotteri all’India, è illuminante. Com’è noto, a causa dell’iniziativa giudiziaria italiana, il governo indiano ha ovviamente annullato la commessa, facendo sfumare un business di 4 miliardi. Ne hanno approfittato i francesi, che antepongono realisticamente la ragione di Stato alle crociate giustizialiste delle Procure: il socialista Hollande, accompagnato da una schiera di capitani d’industria, è volato immediatamente a incontrare il premier indiano, e si è assicurato non solo la commessa soffiata agli italiani, ma ha gettato le basi per forniture all’India da decine di miliardi. Qualcuno vuole scommettere un soldo bucato che non ci saranno vorticosi giri di tangenti su quelle forniture? Un altro grande mistero che aleggia sulla vicenda giudiziaria della frode fiscale di Mediaset riguarda, a fronte della condanna di Berlusconi, l’assoluzione del presidente effettivo dekka società, Fedele Confalonieri. Perché mai non è stata contestata a lui l’eventuale responsabilità del reato di frode fiscale, ed è stato invece condannato Berlusconi, che all’epoca dei fatti era presidente del Consiglio dei ministri, e non ricopriva nessuna carica nella società? E perché si vuole decidere ora, in tutta fretta, la sorte politica di Berlusconi, senza avere prima letto le motivazioni della sentenza emessa a suo carico dal giudice Esposito? E questo coro di soloni che ammoniscono a ogni piè sospinto che le sentenze non si discutono, ma si rispettano, perché non riflettono sul fatto che, come ha rivelato l‘istituto di ricerca Eurispes, nel corso degli ultimi 50 anni circa 4 milioni di italiani sono stati vittime innocenti di errori giudiziari? E perché, pur essendo stato vinto nel lontano 1987 il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati, il risultato del voto popolare è stato eluso da una legge-papocchio, e nell’arco di 26 anni vi sono state solo 4 condanne risarcitorie a favore delle vittime di errori giudiziari? Se un buona legge sulla responsabilità dei giudici fosse stata oggi in vigore, è molto probabile che i magistrati che hanno condannato Berlusconi sulla base delle chiacchiere di Tizio, Caio e Sempronio sarebbero stati molto più cauti nel formulare la loro sentenza. La condanna e la possibile cacciata di Berlusconi dalla politica sollevano un’altra importante questione. Se si cita, come abbiamo visto, l’articolo 3 della Costituzione sulla necessità che tutti siano eguali di fronte alla legge, bisognerebbe rammentarne un altro non meno importante. E’ il primo articolo della Costituzione, e afferma che “la sovranità appartiene al popolo”. La legge è uguale per tutti, abbiamo detto, e va rispettata, ma uguale considerazione deve dunque essere accordato alla volontà popolare. E’ evidente, alla luce di queste doverose argomentazioni , che se si spoglia della sua carica senatoriale il capo dell’opposizione, votato da 9 milioni di cittadini, e lo si manda in galera sulla base di chissà quali dicerie, si calpesta la volontà del popolo sovrano, e si compie così un grave oltraggio alla Carta Costituzionale. Si noti che questo ragionamento varrebbe anche nel caso in cui l’evasione fiscale di Mediaset fosse punita sulla base di prove certe. La sovranità popolare deve comunque essere rispettata: nove milioni di cittadini possono legittimamente ritenere che un’azienda, nel nostro caso Mediaset, che versa ogni santo giorno al fisco più di due milioni di euro, se compie un’evasione pari a tre giorni di tasse abitualmente pagate compie di certo una violazione della legge, ma non tale da giustificare l’allestimento di una specie di maxi-processo che culmina con una gravissima condanna dell’allora presidente del Consiglio, che “sapeva” in quanto glielo avevano detto Tizio, Caio e Sempronio. Anche se cosi fosse, Berlusconi sapeva, cioè, quello che nel mondo intero tutti sanno, e cioè che se non hai fondi cash alla mano, il business estero te lo puoi scordare. Qualcuno pensa seriamente che i tedeschi, gli inglesi, i francesi, gli americani, i russi e via elencando, possano competere nei mercati globali senza sborsare un euro sottobanco? Qualcuno può indignarsi se tanti cittadini italiani, massacrati da carichi fiscali unici al mondo, oppressi dalla crisi e dalla disoccupazione, non danno nessun credito al martellamento mediatico contro il leadr del centro-destra messo in atto dalla sinistra forcaiola? C’è un unico modo, giusto e certo, di rispettare i due articoli della Costituzione che abbiamo citato: seguire l’esempio della Francia, cioè garantire in primis il rispetto della volontà popolare, assicurando all’eletto l’intangibilità personale e la piena agibilità politica, e poi differire i processi e le eventuali condanne al termine della sua attività politica. Il ripristino dell’immunità parlamentare, limitato alle cariche istituzionali di maggior rilievo, con tutta probabilità toglierebbe ai magistrati politicizzati l’incentivo a tentare ribaltoni politici per via giudiziaria. Ci pensino per bene, i sepolcri imbiancati della sinistra giustizialista, a eliminare in questo modo il capo dell’opposizione. I padri della nostra Costituzione, quando decisero di introdurre l’immunità parlamentare, lo fecero a ragion veduta, memori del disastro che aveva travolto l’Italia dopo che il fascismo aveva eliminato le forze di opposizione. Nessuno contesta agli avversari di Berlusconi il diritto di manifestare liberamente la loro contrarietà al suo permanere in politica, ma le regole della democrazia parlano chiaro: l’avversario politico lo si manda a casa col voto, non con i carabinieri. Enrico Belzini e.belzini@aol.com

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