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Lettera aperta di un residente: Pisa, città sotto assedio

Lettera aperta di un residente: Pisa, città sotto assedio Gentile sig. Sindaco, gentili sigg. Questore e Prefetto, gentile sig. Procuratore Capo del Tribunale di Pisa, chi Vi scrive è una cittadina esasperata. Motivo di tale esasperazione è l’escalation di criminalità, che ha visto negli ultimi mesi sempre più coinvolti la città di Pisa e il quartiere di Cisanello, in particolare. Chi vi risiede si sente cinto in un vero e proprio stato di assedio, dovendo temere continuamente per i propri beni, oltre che per la propria sicurezza personale e domestica. E, soprattutto, si trova costretto a modificare pesantemente abitudini e stili di vita, a perdere in qualità della propria esistenza, a rinunciare ad una cospicua porzione di libertà e di diritti, non in cambio di una maggiore sicurezza pubblica – posto che le Autorità nulla fanno, per ovviare a tale situazione – ma per trincerarsi dietro inferriate, sbarre, lucchetti, cancelli e quant’altro. Potrà aiutarVi a comprendere l’esacerbazione dei residenti la descrizione di quanto successo a me personalmente, da considerare solo come vicenda esemplificativa di tante altre, destinate a rimanere fuori delle luci della ribalta. In un breve lasso di tempo, prima, sono stata derubata di una bicicletta appena acquistata, che ho deciso di non ricomprare, visto anche che con la denuncia non ottenevo alcuna forma di tutela e che l’ufficiale incaricato di ricevere la querela mi suggeriva – quale unica risorsa a disposizione – di andare a fare un giro presso le locali mense studentesche, nel tentativo di ritrovare il mezzo nella disponibilità di un eventuale ladro o ricettatore. Faccio presente che la bicicletta era chiusa e parcheggiata, al momento del fatto, all’interno delle cancellate condominiali. Successivamente, ho subito un furto con strappo della borsa, da due soggetti in motocicletta e muniti di casco. Per mia fortuna, la borsa era di stoffa e il manico si è strappato, altrimenti sarei stata trascinata per tutta la strada e avrei subìto gravi danni alla persona. Per non perdere tempo inutile, decidevo questa volta di non denunciare. Infine – last but not least – al ritorno dalle ferie, lo scorso 26 agosto, nell’aprire la mia porta blindata, mi accorgevo che mancavano le mandate con cui regolarmente assicuravo la chiusura. Nell’entrare nella mia abitazione, mi assaliva il dolore di una casa a soqquadro, vituperata e calpestata nei suoi aspetti più intimi e profondi, dalla quale venivano asportati non solo i preziosi, ma anche televisori, oggetti vari e numerosi indumenti invernali. Chi Vi scrive non ha ampie disponibilità, ha un assegno di ricerca in scadenza e le difficoltà economiche di tanti precari italiani in questo momento. Pressoché nulla è la speranza di recuperare il maltolto. L’autorità di pubblica sicurezza, intervenuta sul posto, non ha svolto il benché minimo accertamento, non rilevando impronte digitali o di altro tipo e, alla richiesta mia e di mio marito, di recarsi eventualmente presso i campi nomadi della città alla ricerca di notizie sul furto, se non della refurtiva stessa, venivano addotte giustificazioni varie: mancanza di personale, necessità di direttive da parte del magistrato – direttive suscettibili di non intervenire mai, come ci veniva riferito, trattandosi di notizia di reato contro ignoti – mancanza di un coordinamento interforze, ecc. E, allora, spontaneamente mi affollano la mente i seguenti quesiti: come potremo rimetterci in sesto sul piano economico? Come potremo avere fiducia in uno Stato che chiede sempre (ciliegina sulla torta, la Tares ricevuta in questi giorni) e che nulla rende in cambio? E, soprattutto, come potremo recuperare il senso di sicurezza perduto, dal momento che il passo successivo potrebbe essere quello dell’accesso all’abitazione in nostra presenza e del compimento di atti di violenza, non avendo più niente da farci sottrarre? In altre parole, tanto per riportare il discorso ai termini più generali usati in apertura della presente lettera, cosa deve fare il cittadino per difendersi? Deve armarsi contro una criminalità, sempre più coltivata attraverso le politiche dell'accoglienza e della solidarietà? O, peggio – se è vero che l’unica giustificazione del patto sociale, a fondamento della nostra democrazia, è la rinuncia ad una porzione dei diritti in cambio di tutela da parte dello Stato – deve pensare di sovvertire, e magari neppure pacificamente, quel patto originario? In attesa di una cortese risposta, saluto cordialmente. C. Piemontese

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