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Riportiamo Shakespeare in Italia

Gentile Direttore, circa quattrocento anni fa in Inghilterra fu messa in atto la più incredibile frode letteraria della storia. William Shakespeare, nato a Stratford on Avon, considerato il più grande drammaturgo di tutti i tempi, in realtà era un uomo semianalfabeta. Nel corso dei secoli alcuni studiosi si sono avvicinati a questa verità avendo notato molte incongruenze tra la vita dell’attore e le opere che gli erano state attribuite. Tuttavia, quelle poche voci dissenzienti furono messe a tacere dai letterati che su tale frode avevano costruito le proprie fortune. Oggi, in Inghilterra, il turismo legato alla figura di Shakespeare conosce un introito annuo di milioni di sterline. Che cosa accadrebbe se si scoprisse che Shakespeare non era inglese? In merito alla paternità delle opere del drammaturgo, la critica letteraria attualmente s’indirizza sempre più verso Michel Agnolo Florio (ex francescano perseguitato dall’ Inquisizione, uomo dalla cultura enciclopedica) e suo figlio Giovanni (grande traduttore), fuggiti entrambi in Inghilterra. In pratica il padre, in incognito, scriveva le opere in lingua toscana, il figlio le traduceva in inglese. Lo dimostrano gli studi di Lamberto Tassinari e Saul Gerevini (2008) e quelli più recenti di Roberta Romani e Irene Bellini (Il segreto di Shakespeare, Mondadori, 2012). Il vero Shakespeare amava giocare con le parole nelle quali, a volte, inseriva significati reconditi spesso incomprensibili per la maggior parte dei lettori, proprio come faceva Giordano Bruno. Coloro cui sarà concesso di apprendere i più profondi principi dell’arte, conformemente alla sua maestà, ricordino di non divulgare senza distinzione a chiunque.( G. Bruno, Le ombre delle idee ). Non per niente il Nolano e John Florio vissero per due anni sotto lo stesso tetto presso l’ambasciata francese a Londra. Nella commedia Pene d’amor perdute, il dramma in cui è indubbia l’influenza di Bruno, esiste una filastrocca che solo dopo quattro secoli lo studioso Gilberto Evangelisti è riuscito a decifrare (come leggiamo nel suo saggio Sacrificio e sovranità, Einaudi, 2002). Col mio libro Shakespeare è italiano (luglio 2013), ho cercato di decifrare altri punti oscuri nell’opera shakespeariana. Ad esempio, lo stesso nome Shakespeare, pseudonimo dei Florio, non è altro che un nome in codice. Cerco di spiegarmi nei limiti concessi dalla presente missiva. John Florio ha tradotto varie opere ed è autore di due manuali di lingue, First Fruits (Primi frutti) e Second Fruits (Secondi Frutti). A partire dal 1591, anno di pubblicazione dei Second Fruits, egli comincia a firmarsi ‘Resolute John Florio’ cioè ‘John Florio il Risoluto’, (deciso, volenteroso, determinato). Perché Florio ha bisogno di affermare la sua risolutezza? Perché evidentemente giunge ad una decisione importante, decisiva, cioè quella di affidare le opere del padre che lui aveva iniziato a tradurre, (alcune delle quali fino ad allora tenute nel cassetto), ad una compagnia di attori. Infatti, sono proprio gli anni in cui compaiono sulla scena londinese i drammi di William Shakespeare. Qui di seguito la pagina del mio romanzo-indagine in cui John, narratore in prima persona, cerca uno pseudonimo per sé e suo padre (quest’ultimo costretto a rimanere in incognito): …Mi misi all’opera per trovare un nome che facesse riferimento alle finalità dell’arte dei Florio, vale a dire innalzare il livello culturale dell’Inghilterra attraverso il teatro e la poesia e affinare la lingua inglese con l’immissione di nuovi vocaboli e frasi. Mentre ero intento in questa ricerca, mi si affacciò alla mente e contro la mia volontà l’appellativo Shake-scene (Scuoti-scena) con cui Thomas Nashe aveva voluto colpirmi. Essendo un traduttore e lessicografo, ho dimestichezza con le parole, le plasmo, le trasformo, ne trovo di nuove, creo puns. Inizialmente, fui tentato di usare proprio quel nome disonorevole. Come i cristiani avevano adottato il simbolo della croce, uno strumento di tortura e di disonore riservato agli uomini peggiori della società, ma anche al Nazareno ingiustamente accusato, così io e mio padre avremmo potuto adottare quel soprannome, il peggiore che si potesse dare ad un drammaturgo. Mentre cercavo di convincermi d’aver fatto la scelta giusta, nel pronunciare più volte lo pseudonimo appena trovato, il suono di quelle lettere mi guidò verso un altro nome altrettanto odioso, quello di Will Shagsper di Stratford, l’attore ignorante che aveva dichiarato di essere l’autore dei nostri drammi. Quel nome fece scaturire in me un nuovo processo mentale. Il nome d’arte che stavo cercando doveva simboleggiare la lotta che i Florio avevano da sempre condotto contro l’ignoranza, la stessa che aveva portato mio padre in prigione e non ci permetteva di pubblicare opere di poesia in Inghilterra. Inoltre, doveva essere uno pseudonimo collegato in qualche modo all’aggettivo risoluto che avevo iniziato ad usare anteponendolo alla mia firma nei lavori di traduzione. Mi soffermai sul nome Will, che in un sonetto avevo ripetuto per ben tredici volte. Will è diminutivo di William, le cui lettere divise in un certo modo danno Will I am, ovvero, cambiandole di posto, I am will. Come sostantivo, will in inglese significa volontà, desiderio, determinazione, risolutezza. Così, se dico I am Will, intendo Io sono volontà, determinazione, risolutezza, nel senso che avverto nel mio animo questo sentimento. In altre parole, usando il nome William avrei creato un ponte di collegamento tra gli scritti di traduzione come i Second Fruits, sufficientemente tollerati dagli inglesi, e le opere di poesia, di fatto proibite a noi che eravamo stranieri… William era senza dubbio il nome che avrei dovuto aggiungere ad un cognome. Tornai all’appellativo Shake-scene e provai ad affiancarlo al nome che avevo scelto, ma William Shake-scene non mi parve convincente. Fu allora che attraverso Shake-scene arrivai a Shake-speare (Scuoti-lancia), il soprannome di Edward de Vere, Conte di Oxford. Avevo appena rammentato che nel periodo in cui era stata pubblicata la mia raccolta poetica Pandora, a lui dedicata, il Conte, abile e irascibile spadaccino, spiegandomi un giorno l’origine di quel soprannome lo aveva fatto risalire al mito della nascita di Atena, la dea venuta fuori già adulta dalla testa di Zeus brandendo una lancia. ‘Sembra che tu sia nato con la spada, come Atena con la sua lancia’, gli aveva detto un suo amico durante un torneo. Il mito e il soprannome erano dunque balzati davanti ai miei occhi suggerendomi la parte mancante del nome: Shake-speare (Nota: inizialmente le opere sono firmate proprio col trattino) era quello giusto, uno pseudonimo gemellare per simboleggiare Michel Agnolo-John, padre e figlio, come Zeus-Atena. Michel Agnolo (Shake) elaborava opere che venivano tradotte da John (Speare), quest’ultimo venuto fuori dalla testa del genitore (da lui educato) impugnando una penna (lancia). Il significato completo che intendevo dare al nome William Shake-speare era il seguente: Io sono risoluto a scuotere una lancia (contro l’ignoranza). In questo modo io e mio padre avremmo avuto uno pseudonimo grazie al quale non saremmo più vissuti completamente nascosti come poeti. In più avevo creato una chiave di soluzione circa la paternità delle opere, che solo io e lui conoscevamo. Comunicai a papà il nome e come ero giunto alla sua realizzazione… Chiedo una sua gentile attenzione per un eventuale articolo sul giornale. Questo è anche un modo per contribuire a riportare idealmente Shakespeare in Italia e dare il giusto merito ai Florio colpevolmente dimenticati dagli Inglesi. Sperando di aver suscitato il suo interesse e rammentandole di essere a sua completa disposizione per qualsiasi chiarimento, la saluto cordialmente. Vito Costantini

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